Hail, hail the lucky ones: Pearl Jam
“That was a production. This is rock & roll”. Erlewine si riferisce a “Live at the Olympia”, il nuovo album live dei R.E.M., ma ci vuole poco per deviare l’intuizione verso “Backspacer”, nono album in studio dei Pearl Jam. Parlando con Rolling Stone, quest’estate, Vedder ha sottolineato come “Pearl Jam” (il disco dell’avocado) eccedesse nel pensiero e nella produzione, mancando in “azione”. Ancora più indietro: anno 1996, in “Hail, Hail” (“No Code”) canta “I don’t want to think, I want to feel”. E qui, indiscutibilmente, Vedder, Gossard, Ament, McCready e Cameron sentono. Si lasciano trasportare dall’onda da surfista tanto cara al cantante di Evanston (Chicago, non Seattle) e consegnano alla (loro) storia il (loro) disco più ristretto di sempre: 38 minuti di rock & roll senza pensarci troppo su.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Kj-sFIHQWLY]
Ma se fino a oggi gli anni duemila avevano parlato di un gruppo sempre volenteroso ma non altrettanto efficace (“Binaural” e “Riot Act” sono album degni, eppure spesso inutilmente arzigogolati), serve proprio un produttore capace per far scomparire la produzione e raccontare di una band che pare registrare dal vivo e in una sola “take” pressoché qualsiasi pezzo di questo “Backspacer”.
Il produttore è Brendan O’ Brien, uno che negli anni ’90 (e non solo) le ha fatte praticamente tutte, mettendosi al servizio della nuova ondata rock e cercando a modo suo di incanalarla in certi stilemi classici. Uno che, perlomeno, ha sempre strizzato i Pearl Jam nel migliore dei modi (“Vs.”,”Vitalogy”, “No Code”, “Yield”). La prova provata è elementare: rimettere sul piatto il disco del 2006 e accorgersi di come “Backspacer” suoni più organico, vivo, pulsante, geneticamente di purissima razza Pearl Jam. E i geni sono quelli che hanno contribuito a creare l’esperienza musicale di Vedder e soci prima ancora di “Alive” e “Jeremy”: in questo caso più Ramones e quel rock essenziale e combattivo degli anni ’70, piuttosto che i sempiterni Who (ci sono anche loro in “Backspacer”, solo un po’ meno del solito).

L’attacco è fulminante e chiarisce subito la questione: la prima metà del disco è a marchio Cameron & Ament, il duo ritmico della band giganteggia sul resto. L’ex Soundgarden non solo si prende la briga di scrivere alcuni pezzi, ma in generale riempie tutti gli spazi e sospinge violentemente l’andatura delle canzoni (su tutte: “Gonna See My Friend” e “Got Some”). Ament fa quello che ogni buon bassista con vent’anni di carriera alle spalle dovrebbe fare: decidersi che si è ampiamente stufato di giretti essenziali e puntare tutto su un bel groove deciso e affascinante.
Almeno fino a quando la deliziosamente divertita “Johnny Guitar” (stupida come una “Dirty Frank”) se ne va e lascia spazio alla parte centrale e finale dell’album. E’ il momento di una delicata ballata strepitosamente cucciolona e ruffiana (“Just Breathe”), poi dei più classici Surfer Jam (“Amongst the Waves”), quindi dell’epica tirata aggiornata al 2009 (“Unthought Known”, giù il cappello, da risalire solo per ritoglierselo di fronte alla sorellina “Force of Nature”). Nei buchi rimasti c’è ancora spazio per una corsa davvero firmata Ramones (“Supersonic”), tre minuti e trentaquattro di orsetto Vedder (“Speed of Sound”) e la chiusura, clamorosa e destabilizzante, di “The End”.

“Backspacer” non dura nemmeno un minuto più di quanto dovrebbe durare: efficace eppure mai esile, intelligente senza sbrodolarsi troppo addosso, istintivo senza perdere in saggezza, è il suono di un gruppo che non è mai stato tanto compatto. Senza farsi troppe seghe mentali e così beccando dritti il centro. Alla larga solo chi cerca la disperata illuminazione di un “Vitalogy”, di un “No Code” o l’epica marmorea di “Ten” e “Vs”. Sono passati quindici anni, grazie. Pearl Jam: ad avercene…
Pearl Jam – Backspacer
Universal – 36 minuti
Queste dovete ascoltarle: Gonna See My Friend, Got Some, Unthought Known, The EndZavalutazione: ♥♥♥♥♥
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.


Comments
Ecco, aspettavo giusto la tua recensione per decidere se comprarlo o meno. Ma non ho nessuna voglia di andare a infognarmi in MediaWorld, quindi quasi quasi me lo accatto su iTunes…
Shrappi: dipende. Cosa ti piace di precedente dei Pearl Jam?
Soprattutto Ten, Vs., Vitalogy e Riot Act.
Sono sempre più convinto che la sottrazione sia l’operazione artistica più proficua, soprattutto per gli artisti di lunga carriera… Qui i Pearl Jam tornano a parlare direattamente ai muscoli, facendoli vibrare, senza troppi ragionamenti. E i testi restano comunque taglienti e significativi. Concordo sulla promozione di questo album!
Shrap: ma allora dimmi “mi sono piaciuti tutti quelli che ho sentito”. Comunque vai tranquillo. Compra.
Mauro: son pronto a essere quasi sempre d’accordo sulla faccenda. Quasi.
[...] no. Parliamo del fatto che escono dei dischi. Ma tipo un po’ di dischi. Dopo il “Backspacer” dei Pearl Jam, dopo il cuore malaticcio in ripresa degli Alice in Chains, dopo l’amore [...]
[...] Julian Plenti (“…is Skyscraper“), la potenza retrò dei Pearl Jam (“Backspacer“) e la pubblicità migliore del mondo dei Royksopp (“Junior“), senza dimenticare [...]
[...] Guitar” (Pearl Jam, 2009) . 45.677347 9.396000 Diffondi:Condivisione Questo articolo è stato pubblicato in Sides ed [...]