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Primo giro: Phrazes for the Young (Julian Casablancas)

Julian Casablancas: smetterà mai di sembrare un quindicenne?
Julian Casablancas: smetterà mai di sembrare un quindicenne?

[audio http://zzavettoni.files.wordpress.com/2009/10/01-out-of-the-blue.mp3|artists=Julian Casablancas|titles=Out of the Blue]Opinioni che contano poco, quelle scaturite dal primo ascolto di un disco. Con la promessa di tornarci su se l’album vale la pena di un secondo, terzo, cinquantesimo giro. Apre i giochi “Phrazes for the Young”, primo esperimento solista della voce degli Strokes, Julian Casblancas.

Out of the Blue: il solito giro di chitarra perfettamente Strokes, inzuppato di batteria elettronica e con Casablancas pronto a far quel che sa fare: voce dal tono basso e ritmo da chiacchiericcio (à la Strokes, ancora) durante le strofe, per poi lamentarsi scazzosamente durante il ritornello. Non c’è un singolo motivo per cui “Out of the Blue” non dovrebbe comparire in un disco del gruppo di New York. Tralasciando forse la sola base ritmica plasticosa che abbandona del tutto quel minimo accenno di rockettino puro che si bullavano di avere gli Strokes almeno nei primi due album. Non male, stordente e illuminante come un’aranciata amara.
Left & Right in the Dark: l’inizio di una strepitosa sigla da cartone animato dei bei tempi, ma senza gli Oliver Onions. Il sintetizzatore o un suo amico vicino inizia fin da subito a emulare un battito di mani, perfetto per l’andatura della voce e per il ritmo “caruccetto” del pezzo. Ritornello pop e furbissimo, gioia di vivere controllata e un’altra cascata di batteria elettronica, a tratti vagamente insopportabile. Forse, però, è talmente kitsch che diventa già una bella canzone. Pure dando per accettabili i finti sospiri campionati.

A lui le locandine piace farle così.
A lui le locandine piace farle così.

11th Dimension: è il primo singolo, già fortissimamente in giro sulle vario radio Deejay. Dimostrazione prima e ultima che il Julian ha capito tutto. Ha visto che il riciccio della roba più pacchettona anni ’80 va forte, soprattutto se ci innesti sopra un po’ di pseudo-chitarra e la sua voce da perenne “madonna che vita di merda, fortuna che sono ricco da far schifo”. Qui si vive tutto sull’arrangiamento, che o scatena attacchi di epilessia o piace piace piace. Il ritornello ha innegabilmente un bel tiro. Insomma, la canzone che da snob ti piacerebbe trovare insopportabile, ma non è facile. I Righeira se fossero cresciuti nella Grande Mela.
Chords of the Apoclaypse: partiamo forte qui, almeno col titolo. Perché dopo venti secondi pare di sentire una cosa a mezza strada tra il vecchio rock anni ’60, perlomeno come andamentolento. Piacioneria a livelli massimi, probabile anche un’ancheggio stile Elvis. E’ uno di quei pezzi in cui Casablancas crede di poter fare, con la voce, più di quanto non possa fare: perché appena inizia a tirare un po’ le parole, rischia seriamente di crollare nell’inascoltabile. Che è un po’ il problema del terzo degli Strokes, ma ora non c’entra. C’è una valanga di robetta messa in giro alla rinfusa in “Chords of the Apocalypse”, tra chitarre campionate e chitarre di legno e metallo, tra il giro di basso e la tastierina. Fondamentalmente ignobile.
Ludlow St.: un altro pezzo “che era un po’ quello che ascoltavano i miei quando ero piccolo”. Tipo che in un mondo differente, “Ludlow St.” potrebbe essere una canzone dei Beatles. Pardon, ispirata alla produzione dei Beatles. Troppo strascicata anche questa. Ci sono delle volte in cui l’effetto “sto cantando mentre mi trascinano legato al paraurti di un camion e non è così male”, spacca anche po’ le palle. E’ quando il ritmo scende. E qui il ritmo scende, provando una ballata da amaca e Sex on the Beach (niente di più). Però manca davvero di mordente, giusto per dire che è noiosa nonostante il tocco di… banjo? Sì, dev’essere un banjo. E no, non è sufficiente a rendere “Ludlow St.” un pezzo bluegrass.
River of Brakelights: torna a esserci del movimento, grazieaddio! Tanta roba ammassata nelle strofe e un ritornello-mantra in cui l’ispirazione arriva diretta dalle cose un po’ meno riuscite di “Hail to the Thief” (Radiohead). Ma almeno qui c’è un po’ di “tiro”, anche se la batteria rimane perennemente inascoltabile. Fortuna che gli effettini elettronici simil-Space Invaders (ma molto alla lontana) arricchiscono con un po’ di sana stupidità il tutto. Perché in generale non pare nemmeno questa una roba troppo riuscita o sensata. Qui si naviga davvero a vista e con gli occhiali da sole (di notte). Ma poi: 5 minuti. 5 minuti! Prossima, grazie.
Glass: torna il battimani, torna (se n’era mai andato?) il lamento scriccioloso alla luna e alle ragazze, ma qui sembra almeno di trovarsi in zona “Room on Fire” (The Strokes). Un po’ di atmosfera, suoni meno accatastati, insomma meno confusione di tanti pezzi precedenti, quasi si salva. Il problema è che dopo trenta secondi sai di averla già sentita sedici altre volte con altri nomi, dallo stesso interprete.
Tourist: oh, un pezzo di chitarra differente dal solito. Quando si inserisce la tastierina è subito “Bomber” con Bud Spencer e Jerry Calà, quindi ancora gli Oliver Onions di cui sopra. Come già in “Glass” qui il Julian mette un po’ meno strati, mantiene un ritmo quasi costante ma più interessante della media delle altre canzoni. Semplice e con un sottostrato di semi allegrezza, si chiude come si è aperto (“Out of the Blue”).

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Musica nel 2010: cosa succederà « ZAVE's
Reply

[...] Dopo i sedici dischi solisti di Albert Hammond Jr., dopo il dramma solitario di Julian Casablancas, dopo un disco (quello del 2006) almeno per metà dimenticabilissimo… gli Strokes [...]

Marco
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No, assolutamente non condivido. Può piacere o meno, su questo non discuto, ma parlarne in questi termini mi sembra esagerato. Considerare ignobile una canzone come Chords of the Apoclaypse mi sembra un tantino fuori luogo. L’album lo trovo veramente molto bello, sarà anche che adoro gli Strokes e Casablancas, ma la critica ha espresso ottimi giudizi su questo suo album solista. Poi, oh, i gusti sono gusti. E poi che cazzo ne può se è ricco sfondato?? E poi ricordati che la vita è di merda, e i soldi non aiutano in modo così decisivo. Potrebbe starsene a casa a godersi i suoi fottuti soldi, invece si mette in discussione con nuovi album. Questo è da ammirare, per lo meno. Saluti!

zzavettoni
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Non ho più risentito il disco, anche se mi è anche venuta la curiosità un paio di volte. Magari oltre il primo ascolto avrebbe detto qualcosa di meglio. Ciò considerato, non son sicuro di essere d’accordo sul fatto che sia più rispettabile il mettersi lì a fare dischi piuttosto che stare a casa a fare zapping.
Ma comunque quello proprio non conta, che uno sia il figlio di Rockfeller o del Sciur Giuan, ai fini della valutazione di un disco ovviamente non può che essere del tutto ininfluente.

P.S. Apprezzo molto, ma molto, i primi due dischi degli Strokes.

Marco
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Stessa cosa per me.. soprattutto il secondo, dire che lo adoro è dire veramente poco.. i primo (anche se il primo è considerato da tutti il migliore). Ad ogni modo apprezzo moltissimo anche questo Phrazes for the young, assolutamente non come Room on Fire, ma quasi.. e poi so che a marzo 2011 dovrebbe uscire il nuovo degli Strokes.. non vedo l’ora! :D

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