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un blog dedicato all'attualità e agli avvenimenti del sottosuolo belga
Zeros – 2005: Howl (BRMC)
Howl (Black Rebel Motorcycle Club, 2005)
Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.
Con quei capelli un po’ così, programmaticamente arruffati, Robert Levon Been avrebbe potuto mascherarsi da Robert Smith. La pagliacciata non sarebbe durata un granché, non oltre i primi due album, che già avevano poco a che spartire con i Cure. Un modo arzigogolato per dire che, al di là del “mood” qua e là vagamente disperato, i Black Rebel Motorcycle Club non hanno nulla da condividere con il panda darkettone d’annata. E mai avrebbero potuto supporre di averlo dopo “Howl”, il disco del 2005 che segna un distacco netto, ma non traumatico, dalle prime due produzioni e che, in particolare, riafferma violentemente (anzi, morbidamente) le origini 100% U.S.A. della band.
BRMC: non sono più giovanissimi manco loro
Per rifuggire dal calderone tritatutto che li aveva già presi, masticati e sputati, pronto a farne polpette per innalzare qualcun’altro a Nuovo Salvatore del Rock’n Roll (almeno per i successivi quindici minuti), i Black Rebel si sono rannicchiati in un angolo. Con loro una chitarra acustica, un po’ di poesie e di libri che hanno definito l’epoca “beat” e una nuova etichetta. Il risultato è per l’appunto “Howl”, un disco venduto già attraverso le pubblicità europee come “il ritorno dell’era dei grandi musicisti beat”. Se mai fosse esistita una definizione tale, beninteso.
Se “Shuffle Your Feet” potrebbe solo essere un’introduzione pacata e la title track “Howl” un richiamo alle faccende più riuscite del disco di debutto (pur con un’importante digressione finale), la splendida “Devil’s Waitin’” non lascia scampo: attorno a un fuoco, in un punto imprecisato del grande nulla che accerchiava la fu Route 66, i Black Rebel Motorcycle Club riscoprono lo stile americana. Un pezzo senza urla e con una chiusura che mette in bella mostra tutta la voglia di gospel dei nostri.
Illustrazione del retro/interno di "Howl"
A seguire quella che in altri periodi sarebbe stata una semplice e azzeccata puntata di chitarre elettriche infuocate, che qua invece vengono in parte sostituite da armoniche a bocca e un lavoro puntuale e granitico della batteria: “Ain’t No Easy Way Out” è tanto efficace quanto contagiosa. Una miscela perfetta di quel che era il sound del gruppo e di quello che sarà, almeno in questa terza avventura discografica. E seppure qualche episodio rischia di finire in zona macchietta (“Still Suspicion Hold You Tight” può seriamente instillare apatici momenti di abbiocco incontrollato), i picchi sono decisamente più numerosi dei punti questionabili. “Fault Line” offre una splendida accoppiata di voce e chitarra pizzicata, graziata da una produzione e da un mix che rendono l’ambiente caldo, accogliente e di gran classe. Come tutto l’album d’altronde.
Dalla parte dei Black Rebel c’è anche la saggezza, quella che li consiglia sempre al meglio sui pesi e le misure: raramente si lasciano andare a sconclusionate code o a passaggi fin troppo pretenziosi. “Promise” ha ancora il gusto del primo disco, arricchito da un pianoforte che ha senso solo all’interno di “Howl”. “Complicated Situation” è quanto di più energicamente vicino al debutto del gruppo e “Gospel Song”, pur non azzeccata quanto altri pezzi dell’album, lascia intendere nel titolo la direzione verso cui si muovono senza paura i momentanei paladini di un’esplosione folk che, purtroppo (per loro e per noi) durerà giusto lo spazio di un paio d’anni. Con il successivo “Baby 81″ (2007) si torna a uno stile più vicino a quello dei successi di classifica, senza grande arte e neanche troppa parte. Soprattutto memori della splendida “The Line”: chiude il sipario e regala la corona ai regnanti del 2005.
Gli altri classificati:
Un anno discreto, quel 2005. Sul podio salgono di sicuro i Daft Punk con “Human After All” e probabilmente anche i Death Cab for Cutie col debutto per una major di “Plans”. Degni di menzione anche gli Eels di “Blinking Lights and Other Revelations” o la Tori Amos del pesante e interessante “Beekeeper”. Amabili anche i Depeche Mode in formato rock di “Playing the Angel”, il divertito Beck di “Guero” e i meno precisi Queens of the Stone Age (“Lullabies to Paralyze”) e White Stripes (“Get Behind me Satan”).
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zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.
[...] di San Francisco possono vantare in carriera già due bei dischi (l’omonimo del 2001 e “Howl” del 2005), palmares non proprio da gettare alle ortiche. L’ultimo episodio (“Baby [...]
[...] Zeros – 2005: Howl (Black Rebel Motorcycle Club) Howl (Black Rebel Motorcycle Club, 2005) Intro : per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post . Per le puntate precedenti, cliccare qui . Con quei capelli un po’ così, programmaticamente arruffati, Robert Levon Been avrebbe potuto mascherarsi da Robert Smith. blog: ZAVE's | leggi l'articolo [...]
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[...] di San Francisco possono vantare in carriera già due bei dischi (l’omonimo del 2001 e “Howl” del 2005), palmares non proprio da gettare alle ortiche. L’ultimo episodio (“Baby [...]
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