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Primo giro: Them Crooked Vultures

Sì, ormai è una questione di vita o di morte. E sì, ormai è un blog musicalmente monotematico. Ma ancora per poco, facciamo un mese e qualcosa. Giusto il tempo per sparaflasharsi l’intero disco dei Them Crooked Vultures in streaming (da oggi, se proprio volete potete farlo anche cliccando su “Continua a leggere”), aspettare che arrivi a casa, riascoltarlo altre duecentododici volte e quindi abbozzare un post dedicato alla disamina da fanatico. Perché ci voleva. Anzi, già che si prevede una mattinata di pace tramuto il tutto in un Primo Giro.

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No One Loves Me, Neither Do I: immensa. L’attacco di chitarra è pienamente e diversamente Zeppelin, la voce di Homme è quella di Homme, che in “New Fang” su questo vendibilissimo blog si accusava di far troppo la macchietta di se stessa. Qua invece interpreta alla perfezione. Cinque minuti dalle ampissime sfumature blues e rock delle decadi d’oro. Quando sembra che il gruppo si stia divertendo con uno strepitoso gigioneggiare da bar in penombra e sigarette tra le labbra, ecco l’esplosione. Il volume che si alza, il ritmo che accelera, la cantata di Josh che si fa più allucinata, la batteria che inizia a pestare con più rock’n roll nelle vene, il giro di basso che detta l’esplosione. Lacrime.

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Mind Eraser, No Chaser: già disponibile da una settimana, già conosciuta. Un po’ meno “primo giro”. Qui siamo per davvero nel regno dei Queens of the Stone Age potenziati, ma a far capire subito che c’è altra gente di mezzo ci si mette Grohl. La voce del frontman dei Foo Fighters, a scambiarsi le strofe del bridge con Homme, suona più acuta e pulita di quanto non sia successo da secoli a questa parte nei “suoi” dischi. Intanto le due chitarre continuano, per davvero come due avvoltoi loquaci, a discorrere tra canale destro e sinistro, con un pacioso tappeto di basso e l’usuale cambio di tono nel finale, arricchito da suoni elettronici sufficientemente kitsch. Una cavalcata a pelo con fanfara in chiusura. Pare credibile?

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New Fang: caso identico a quello di Mind Eraser, trattandosi del singolo consegnato alle radio da alcuni giorni. Rimando quindi al post dedicato (si trova qua), ripetendo per comodità che è bella e stupida. Semplice e frizzante, gioiosa e con un tappeggiare da party per vecchie glorie di John Paul Jones sul basso. Come scrive qualcuno a commento dello streaming: “It’s like Jessica Alba, Jessica Biel and Megan Fox playing volleyball in my ear”. Pop e poppe al punto giusto.

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Dead End: arabeggiamo, è tanto tempo che non lo facciamo. Un suono così ricco e secco che non c’è che da abbandonare ogni eventuale, futile, resistenza. Quando, poi, fa finta di fermarsi solo per un istante, è per concedersi il lusso di un “tu-turutù” corale di fondo. Che ci vuole sempre del coraggio. Dave continua imperterrito a macinare come un robot in steroidi. D’oh! Chiusura improvvisa!

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Elephant: nel presentarsi è, assieme a “No One Loves Me, Neither Do I, la traccia più smaccatamente retrò (finora). Ma uno di quei retrò per cui sciogliersi e rimanere pozzangherati. Come decidere chi vince nella battaglia intestina? La batteria bombardeggiantemarrone? La chitarra schiavizzata e stuprata a più riprese o il minuto e mezzo di inimitabile ritmo JPJ alla base? Solo quando prende il microfono in mano Homme, paiono darsi tutti una calmata. In realtà c’è ancora una strutturatissima anarchia da jam session d’eccezione: anche perché parliamo di una traccia da quasi sette minuti, che comprendono l’avvia coi fuochi d’artificio, la fase crooner desertico di Josh, la deviazione quasi melodica della metà, il ritorno alla prima fase, l’altra digressione disperata + voce filtrata. E la chiusura così come si era aperto. Troppa roba? Da risentire (effigurarsi).

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Scumbag Blues: habemus falsetto! E abbiamo anche la chitarra che va per conto suo a destra, con uno strepitoso incresparsi, accompagnato dalla batteria a sinistra e addirittura la tastiera/basso funky da film porno/telefilm poliziesco anni ’70. Non ha davvero senso tutto questo amore. Ma poi… ma poi, insomma, Super Mario Galaxy 2+3: le laserate di chitarra a due minuti. L’idea è che nell’assolo di chitarra da tuttigiùperterra si voglia un po’ esagerare, ma no. No che va bene così, provando a fare troppo. Delirio di strepitosa onnipotenza.

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Bandoliers: puoi chiamarla “Bandoliers” e non infilarci dello spagnoleggiantemessicoso? Puoi, ma non è questo il caso. Homme canta quasi pensandoci su, la chitarra continua a ripetere il suo piccolo mantra, Grohl non pare destinato a grandissime cose. Un pezzo per far illuminare l’anima da sempre centroamericana dell’uomo di Joshua Tree. Esageratamente Queens of the Stone Age sperimentali (si fa per dire). Certo che il riff è proprio roba di lusso.

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Reptiles: per chi voleva il perfetto attacco Led Zeppelin. Qui ci sono quelli della seconda metà. Homme canta divertito e cambiando spesso e volentieri registro. Dal canto suo il basso di John Paul Jones traccia una linea di pura classe e arzigogolio. Come amano ripetere in tre serie televisive su quattro: “non è vecchio, è un classico”. E anche una delle prime tracce che si discosta più sensibilmente dalle altre. Il mood rimane quello: battagliero e lussuoso, ma il modo di approcciarsi è più ragionato. E poi è tutto troppo Zeppeliniano per dover aggiungere altro.

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Interlude with Ludes: un interludio, per l’appunto. Un giochetto da sgabuzzino. Ogni tanto qualcuno si addormenta e smette di suonare. A tratti c’è chi va a prendere il caffé mentre qualcosa d’indiano si innesta sotto la voce lagnante e appena post-sveglia mattutina di Josh. C’è addirittura un “cha-cha-cha” sussurrato sulla sinistra. Ehi oh, let’s go.

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Warsaw Or The First Breath You Take: ancora tanto, tantissimo JPJ. Ancora un lavoro di precisione di Grohl. Sottoritmo, svariati accenni di bluesismo, Homme che canta seduto col bicchiere di whiskey in mano, fino a quando vede entrare nel locale una scolaresca piena di rospi da leccare. Pare ovvio che la prima metà del disco sia servita a far vedere cosa sanno fare e questa seconda parte a esplorare momenti meno (splendidamente) ovvi. Ma Varsavia è un pezzo lungo, ricco di partenze e abbandoni e ritorni. Impossibile non riconoscere, nell’assolo di chitarra al minuto numero quattro, una porno fusione tra QOTSA e Zeppelin. Impossibile non voler bene a quella cariatide che sta pizzicando il basso come se il tempo si fosse fermato. Impossibile non togliersi il cappello di fronte agli spazi riempiti dalla batteria, che se non ci fai caso ti sembra tutto normale e se ci fai caso capisci quel che sta succedendo.

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Caligulove: apparte che il nome è davvero una splendida cosa à la Homme e quindi già ci piace. Ancora un passaggio più di atmosfera, con i filtri più marcati alla voce e l’uso smodato del tasto start&stop della chitarra. L’ingresso delle tastiere di John Paul Jones aggiunge una dimensione extra alla canzone, che per il resto mantiene un intrigante odore di zolfo e boschi nebbiosi. Grohl prende una pausa… almeno fino a quando non torna a martellare con gusto nell’ultimo minuto, giusto un attimo prima della coda ancora a marchio JPJ (+ risata conclusiva).

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Gunman: eccola, lei. Una delle più attese. La partenza super funkettona-stoner è da applausi a scena aperta e pogo-mosh selvaggio. La fusione in pieno amore di tutti e tre i talenti dei Them Crooked Vultures. Quando, invece, il pezzo rallenta e la voce di Homme si sdoppia, si torna con una certa violenza in casa QOTSA (sentimento amplificato dal mini assolo della stessa natura). Però c’è troppo buon gusto e cuore pulsante per muovere alcuna critica a quello che è di sicuro tra i nominabili per la palma di miglior pezzo in questo Primo giro.

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Spinning in Daffodils: la storia è questa, John Paul Jones se ne stava tranquillo al pianoforte e Homme ha iniziato a strisciare il coltellaccio da Crocodile Dundee sulla chitarra. Ne scaturisce un innesto al 100% Page/Zeppelin, ma con la batteria dei migliori Queens of the Stone Age. La sovrapposizione tra base musicale ’70 e voce che non potrebbero essere di un’unghia più Homme-ttosa di così è quasi intrigante. Sulla scelta di Josh di rimanere quasi perennemente ancora al suo modo di cantare ho già detto, quindi evito di dilungarmi oltre. La prova provata che in effetti la reunion dei Led Zeppelin è effettiva. L’unica possibile però, senza Plant e con un diverso Bonzo. Mapperò: nonostante tutto l’incantevole e delirante lavoro di Grohl e JPJ, c’è troppa benzina da Queens of the Stone Age. Impossibile fare diversamente? Fortuna che poi, in chiusura, quella chitarra mugugnante riporti ad altre ere…

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

giopep
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Commenti condivisi 2.0:

me: comunque da quando ho saputo che poteva esserci Mike Patton ma non gli piace il deserto, ‘sti avvoltoi, non lo so, li ascolto e non riesco a fare a meno di pensare uffa

Mattia Ravanelli: considerata la sua natura, in qualsiasi gruppo poteva esserci Mike Patton
e in qualsiasi film
e in qualsiasi videogioco

me: ahahahahahha, quello sicuramente
ma qua proprio glie l’han chiesto
è lì che rosico
cmq fighissimo, per carità
però uffa

RuMiKa
Reply

C’è da dire che se mi si esibivano assieme Dave Grohl, Josh Homme e Mike Patton io svalvolavo e mi ritrovavate ai bordi del deserto senza acqua con gli occhi iniettati di sangue.

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