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Zeros – 2006: Silent Shout (The Knife)

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

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Sarebbe bello poter far finta che il 2006 non sia stato un anno ignobile sotto molteplici punti di vista, ma qui si chiede della nuda realtà e quindi sì, il 2006 ha fatto largamente pietà. Anche nel fantastico mondo dei dischi che contano. Per portare verso la sua naturale conclusione la collana Zeros, servono ancora quattro puntate e per quella dedicata al 2006 c’è l’imbarazzo della scelta. Nel senso che ogni scelta è vagamente imbarazzante, tranne una: “Silent Shout” degli Knife. O “dei Knife“. O “dei The Knife“, non si sa. Avrei anche violentato la storia, piegandola a favore dell’EventoUnicoTotale del 2006 (la vittoria dei Mondiali di calcio, ovvio), e quindi selezionando “The Informant” di Beck, che era all’incirca contemporaneo alla kermesse da brividi, ma il Beck ha già prenotato il 2008, quindi…

Quindi Knife, o The Knife. Ma soprattutto “Silent Shout”, il primo (e ultimo?) disco scoperto grazie a quegli insopportabili snob di Pitchfork. Perché sono affascinato dall’elettronica, ma quella più facilona e digeribile. Chemical Brothers, Daft Punk, addirittura Air e giù di lì, non di certo faccende più criptiche. “Silent Shout” è stato il disco del 2006 per il magazine online statunitense e mi ha accompagnato quindi nei viaggi automobilistici per le vacanze natalizie, quando fuori era tutto neve e ghiaccio. Il panorama unico e perfetto per addentrarsi nelle distese immacolate di un album strepitoso. Di cui è vagamente difficile parlare se non si sa veramente molto della materia o se perlomeno non si sa fingere alla grande. Due qualità che, per ora, mi mancano.

Ma “Silent Shout” rimane apprezzabile e comprensibile anche se ignoranti e capre: i suoni semplicemente epici, pesanti, granitici e perfettamente intellegibili creano vere e proprie evocazioni glaciali. Come la terra d’appartenenza del duo che firma tutto il firmabile, metà del quale ha pubblicato nel 2009 sotto nome Fever Ray (ne ho addirittura scritto proprio qui sopra).
Le associazioni mentali sono spesso frutto del mistero e quindi il paradiso fiscale di psicoterapeuti e associati: sarà quel che sarà, ma “Silent Shout” è il digitale essenziale primordiale, ma già con dello strato di raffinatezza, tipico dell’epoca 16bit. E’ un po’ Amiga, è molto Megadrive europeo.
Nelle voce effettate e vagamente inquietanti, nel dilaniarsi e dilungarsi dei battiti, nei tempi che i due Knife si prendono per creare la giusta atmosfera e soppesare con calma ogni suono. Quel che stupisce è la capacità del disco di farsi volere bene a prescindere dalle condizioni di ascolto: non è di quelle strepitose mattonelle che assumono un senso solo quando fuori tutto gira in maniera concorde. Anche se “Silent Shout” è neve e gelo e pini e motoslitte e gatto delle nevi, l’impatto straniante, rilassante e a tratti addirittura tabbozzo riesce a mantenersi pressoché intatto pure in mezzo a un luglio inclemente.
Tra i brividi di “The Captain” (che si prende quasi tre minuti per allacciarsi le scarpe e iniziare a correre in mezzo agli acidi) e la struttura più pop di “We Share Our Mother’s Healt”. Dalla nenia appena un po’ straniante di “Na na na”, al coro degli alpini dispersi di “Marble House” (la canzone proposta in apertura di post). Amore da rimanere con la lingua attaccata al pilone della seggiovia.

Gli altri classificati: ripeto, anno mesto. Avrebbero vinto i Pearl Jam con l’album omonimo se il nuovo “Backspacer” non fosse decisamente più a fuoco.  Avrebbero vinto i Raconteurs di “Broken Boy Soldiers” se solo non sapessero un po’ di divertissement tanto per fare. Ci sarebbe stato spazio anche per “La Malavita” (Baustelle), se solo “Amen” non mi avesse convinto di più. In mezzo qualcosa di non troppissimo esaltantissimo di Gomez (“How We Operate”), Twilight Singers (“Powder Burns”), Red Hot Chili Peppers (“Stadium Arcadium”) e il delizioso “The Eraser” di Thom Yorke. Ma potrà mica vincere sempre lui, no?

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

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