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Zeros – 2007: In Rainbows (Radiohead)

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

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Non esiste un concentrato di paradossi e fraintendimenti più significante, simbolico e ad alta densità di “In Rainbows”, il disco con cui i Radiohead si sono ripresentati al mondo a quattro anni di distanza da “Hail to the Thief”. E’ il 2007 e buona parte del mondo vive a cavallo della Grande Rete, doma il flusso di dati vomitato dalle dorsali oceaniche e si immerge minuto dopo minuto in un mondo iper frammentato. Migliaia e milioni di briciole da raccogliere, di tweet da seguire, di aggiornamenti di stato, di filmati, filmati di risposta, filmati di risposta ai filmati di risposta. Una lunga, perenne, nuotata nell’informazione spicciolissima, disgregata, in inarrestabile divenire. Ovunque.
Non esiste un momento globale popolare, il concetto di unità, di coesione e di irripetibilità va scomparendo. Qualsiasi esperienza è stata registrata, testimoniata e messa on line. Prima, durante o dopo la sua esistenza ufficiale. Succedeva ieri, magari succede oggi, risuccederà domani: ognuno sceglie quando, cosa, quanto, bombardato da una splendida e delirante pioggia di comete dell’informazione. Spesso inutile, secondo i canoni più generici (o storici, o antichi).
Non esiste più il disco, ma i singoli, le canzoni. Non esiste più il lancio ufficiale di un disco, ma il “leak”. Non esiste più il disco da tenere tra le mani, ma il digitale da comporre e scomporre, riversandolo da un cellulare a un computer. Non esiste più una sorpresa, la più improbabile delle band sfigate ha almeno due blog, un profilo MySpace, la fanpage su Facebook, l’account di Twitter e un paio di oscuri magazine online dedicati proprio al suo genere. Sì, anche se il genere è “tombini battuti con cotton fioc viola utilizzando solo la mano sinistra e pizzicando un ukulele con la destra”.
Esiste “In Rainbows”.


E’ un peccato che i cinque di Oxford abbiano intrapreso la via della pubblicazione “paga quel che vuoi” per il loro primo album da indipendenti (dalle major): così facendo hanno scatenato il mondo. Tutti a parlarne, tutti a riportare la notizia, tutti i giornalisti disperatamente attaccati al telefono implorando sei minuti del tempo di Thom “LeftEye” Yorke. Tutti i discografici elefantiaci a fare i calcoli e a chiedersi se il dodicesimo Cayenne fosse, tutto sommato, proprio necessario. E nessuno che si ricorda della musica, delle dieci diciotto canzoni racchiuse nei sessantacinque minuti dei due dischi di “In Rainbows”. Perché sì, cazzo, “In Rainbows” è un album doppio. Non è quello che c’è (forse, ancora) nei negozi, che saluta tutti con “Videotape”, ma quello incluso nella Spennamento di Lusso Edition proposta ai più sottomessi tra i fan della band. Il secondo disco non è una raccolta di “roba che altrimenti ci rimaneva

fuori e poi pareva brutto”. Non sono b-side, non sono esperimenti lasciati a mezza strada. Sono semplicemente ed esattamente gli altri otto pezzi che rendono “In Rainbows” il ridicolo capolavoro che è. Il solo ricordarsi che la band abbia scelto di distribuire attraverso i canali ufficiali solo la prima metà fa venire i brividi.
Nel medioevo del 2007, nell’età oscura descritta poco più sopra (mica vero, è quasi tutto bellissimo), “In Rainbows” rappresenta in molti sensi un’accozzaglia di paradossi. Tutti sanno tutto, perché di tutto si parla: eppure dieci giorni prima della sua distribuzione, il disco non aveva un nome. Ma no, nemmeno si sapeva esistesse! Supposizioni, certo, nulla di più. Nel mercato dei singoli, è il disco intero che le radio sono libere di acquistare e trasmettere secondo i propri gusti: nessun brano pre-selezionato dalla band/casa discografica. Ma, anche, assecondando la “critica-fai-da-te”, i giornalisti di settore si ritrovano sullo stesso gradino di chiunque sia titolare di un blog o di una paginetta striminzita: il disco non viene consegnato in anticipo, tutti ne parlano nello stesso momento.

E a proposito di momento… “In Rainbows” ne crea un altro, sovvertendo una regola che ormai è scritta. Per “In Rainbows” esiste una data di lancio e anche un’ora (10 ottobre, all’incirca alle 06:00 ora inglese). E per “In Rainbows” è esista una legione di gente con molto sonno addosso, perché appena sveglia o decisa a tirar tardi nell’attesa, a seconda della provincia del mondo in cui ci si trovava. Si sono, ci siamo, messi di fronte al computer. E abbiamo scaricato il nuovo album dei Radiohead, senza sapere cosa ci aspettasse, senza aver predigerito un singolo, senza mille interviste e ascolti integrali in anteprima per Q, Rolling Stone, Billboard, NME o chissà chi altri. Senza informazioni. La parola al disco, alla musica. Personalmente (è sempre un blog, tutto sommato) ricordo precisamente i momenti che contano di quella mattina: la sveglia anticipata, il download, la curiosità di inserirlo subito nella libreria di iTunes ma… ma anche no. Lo masterizzo e mi infilo in macchina per andare al lavoro, ascoltandolo da vergine. Fino all’ingresso della chitarra in “15 Step”. Quelle volte in cui mi ritrovo a sorridere come un idiota cercando sguardi altrui, altrettanto estasiati (difficile trovarne sulla tangenziale est).
Una sequela di momenti banali, ma che vanno a cristallizzarsi attorno a un momento significativo. Come per i miei dischi preferiti negli anni ’90 (l’acquisto di “Mellon Collie & the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins, di “Vitalogy” dei Pearl Jam, di “Monster” dei R.E.M., e blablabla). Non era mai più successo col volgere del millennio.

Il paradosso più grande, il mastodontico elefante nella stanza, però, è sempre e solo rappresentato dalla musica. Mai, prima di “In Rainbows”, i Radiohead suonano in maniera tanto caratteristica, individuale, personale e mai sono apparsi allo stesso modo fusi, coesi, agglomerati. E’ un suono di una ricchezza strabordante ma che non distrae, i mille dettagli aggiungono profondità a una foto unica, il cui soggetto è sempre perennemente a fuoco, eppure attorno continua a succedere di tutto. Una ricerca esasperata e illuminata dell’equilibrio ultimo: continuare a fare, disfare, aggiungere, rigirare, torcere, spalmare, perdendosi e ritrovandosi negli intrecci delle canzoni. Che tutto il mondo dei critici che conta ha definito come “melodiche”, salutando con gioia il ritorno alla “forma canzone” più tradizionale dopo l’excursus elettronico-ambientale del gruppo. Che, però, continua a preferire una costruzione fatta di strati che si sommano e vanno quasi inevitabilmente verso un crescendo delirante, piuttosto che affidarsi alla collaudata formula “verse-chorus-verse”.
“In Rainbows” non è il ritorno dei Radiohead a “The Bends” od “Ok Computer”, ma semplicemente il venire a patti con tutto quel che è stato nei sei dischi precedenti, dando origine al suono completo, possente, avvolgente, affascinante e imbarazzante (per tutti gli altri) che rappresenta in toto e in tutto il gruppo.
E, per questo, “In Rainbows” è il miglior disco del 2007. Forse il miglior disco dei Radiohead. Per la redazione di Zave’s di sicuro il miglior album del decennio. Evitando anche l’atteggiamento snob di chi vuole essere anti snob, perché non c’è niente di più banale che parlar bene dei Radiohead. Ma, cazzo, loro non aiutano.

Per chiudere: cose dette da gente che scrive di musica per professione su ciò che è successo attorno a “In Rainbows”.

The most ironic thing about Radiohead‘s decision to sell their seventh studio album through the band’s website only ten days after informing the world that the record even existed is that Thom Yorke and Co. still aspire to Important Rock Importance at a moment when the Internet’s camera-phone ephemera is making such indelible cultural relevance a seeming relic.
Spin.com, Mikael Wood

Like many music lovers of a certain age, I have a lot of warm memories tied up with release days. I miss the simple ritual of making time to buy a record. I also miss listening to something special for the first time and imagining, against reason, the rest of the world holed up in their respective bedrooms, having the same experience. Before last Wednesday, I can’t remember the last time I had that feeling. I also can’t remember the last time I woke up voluntarily at 6 a.m. either, but like hundreds of thousands of other people around the world, there I was, sat at my computer, headphones on, groggy, but awake, and hitting play.
Pitchfork.com, Mark Pytlik

Let’s face it, Radiohead could have released the sound of Thom Yorke picking fluff out of his belly button (which they did actually sample and loop throughout the whole of “Amnesiac”, probably) and the world wouldn’t have noticed for several weeks, so intense was the media chatter surrounding their “new business model”.
NME

For their first release since the expiry of their contract with EMI, at a moment when they might have indulged their every splendid whim unconstrained by release schedules or media formats, there’s something beautifully perverse about the fact that Radiohead have made their most well-behaved, classically structured album since “OK Computer”.
Uncut, Stephen Troussé

Gli altri classificati:
Primi gli Smashing Pumpkins di “Zeitgeist”, prima ridicolizzato, poi amato, poi discusso dai fan. Addirittura ci sono gli Arcade Fire con “Neon Bible”, che non ha vinto solo perché “In Rainbows” è un serial killer. Anche gli Air (“Pocket Symphony”) meritano delle coccole, così come i Beastie Boys (“The Mix-Up”), i Chemical Brothers (“We Are the Night”), i Foo Fighters (“Echoes, Patience, Silence and Grace”), gli Hives (“The Black and White Album”), gli Interpol (“Our Love to Admire”), i Queens of the Stone Age, Tori Amos, i White Stripes, i Modest Mouse, i Killers… una valanga di dischi mica male. Ottima annata!

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zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

1 Song a Day: Just (Radiohead) « ZAVE's
Reply

[...] (chitarra) gigionerebbero di più, anche attorno al blues, come in “15 Step” (“In Rainbows“). Ma va benissimo così. “Just”, dicevo, è la canzone con cui mi sono messo [...]

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