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Primo Giro: End Times (Eels)

Ma che scelta è? In che mondo viviamo se il nuovo disco degli Eels/di Mr. E viene “leakato” due o tre giorni prima di Natale? Ovvio, il mondo perfetto in cui “Babbo Bastardo” è senza discussione “il” film della Santissima Festività (e potrebbe anche). Aspettando di poter regalare altri Euro al barbone sempre più abbandonato a se stesso, sperando che serva almeno a tramutarlo nel futuro testimonial Gillette al posto di SantonPaloschiPozzi o chi erano… il “Primo Giro” dell’album.

The Beginning: un attacco da coccolone subito, senza appello. Il giretto di chitarra è straziantemente strepitoso, l’attacco raschiato della voce di Everett inimitabile e naturalmente perfetto. Altrimenti non sarebbe roba sua, roba loro. Quel che è comunque. Meno di tre minuti vissuti poco pericolosamente, ma tanto disperatamente sulla sola onda della chitarra di cui sopra. Eppure è bello, forse proprio bellissimo: è l’inizio della storia d’amore tra lui e lei e nessun altro al mondo. Il problema è che, tanto, sarà proprio e solo “the beginning”. Dannato uomo delle caverne sfigato.

Gone Man: qui si girovaga attorno ai recenti toni, ritmi e sapori di “Hombre Lobo”, ma dopotutto non si cade lontana dalla classica produzione Eels. Chitarrine elettriche minimaliste e divertite, ritmo sostenuto, voce iper-filtrata. Se c’era ancora il dubbio che i quattordici pezzi di “End Times” avrebbero parlato solo in “acustico”, in quella modalità-cantina che piace tanto al padre-padrone, “Gone Man” è la prova che invece anche no. Niente di spettacolare o storico, solo roba di classe.

In My Younger Days: questa butta già male dal titolo. Poi, tempo mezzo secondo, e il tizio si sta già schiarendo la voce. Tempo trenta secondi e s’innesta, sulla chitarra pizzicata malinconicamente, un bell’organo. O una tastiera che ne fa le veci. Tutti a casa, a ricordare a quando si era giovani, coi capelli lunghi e il mondo sembrava oh troppo una figata spaziale. Ancora un pezzo lento e tirato fuori a forza dai polmoni di E. Naturalmente impucciato in una sincerità che traspira da ogni poro del codice binario dell’mp3.

Mansions of Los Feliz: che scherzi brutti ti tira la solitudine. Nella quarta traccia E. si accompagna a se stesso, per farsi compagnia e chiacchierare dei segreti che condivide con se stesso (per l’appunto). Batte un pochino su di una cassa di legno e si stringe l’amicizia con l’inseparabile chitarra, anche questa volta più amichevole, come già in “Gone Man”. C’è anche tempo per un po’ di “na na na” in falsetto. Per ora siamo a due tristezze meste e due allegrie contenutissime. Anche questa, come la due, però pare più “di passaggio” rispetto ai pezzi disperatissimi.

A Line in the Dirt: pianoforte, roba forte. “Si è chiusa di nuovo nel bagno, quindi devo pisciare in giardino”. Che qualcosa non vada bene nella storia che “all’inizio” buttava così bene. Quando la canzone rallenta, il falsetto balla dolcemente sul piano, preannunciando l’ingresso delicato ma delizioso della batteria. Una gran bella canzone, anche lei facilmente catalogabile come “tristosa”. Ma con più dinamismo delle altre due.

End Times: cambio di strategia. Se “A Line in the Dirt” dovesse essere catalogata come “tristosa” (ed è appena stato fatto), allora ne abbiamo due in fila. “End Times” ha una chitarra elettrica usata semplice semplice, un ululato elettronico in sottofondo, lontano lontano. Il vocione rauco in primo piano, tutto dedicato al canale destro. Una dichiarazione di strazio: “she’s gone, end times are here”. Due minuti e cinquanta e abbiamo fatto, il dramma è raggiunto. Era davvero solo “The Beginning”, come da previsione.

Apple Trees: intermezzo. Schitarriniamo poco poco mentre qualcuno parla da un filmato girato con una di quelle telecamere vecchie come il mondo. Sarà sempre lui? Sempre il babbo di Mr. E. che tanto casino gli ha infilato in testa? Nemmeno un minuto.

Paradise Blues: lo dice il titolo no? E infatti la chitarra elettrica ha proprio un tocco retro-fumoso che ti si appiccica addosso. Un pezzo da bruciare in ricordo di un blues Everettiano che si suppone non sia mai esistito. Le maracas (o facenti funzione) danno un bel ritmo sbarbato alla faccenda, mentre la voce si inerpica sulle sue solite cime filtrate e whisky-centriche. Chiusura in fade-out, che spiace sempre un po’.

Nowadays: “something’s not right and I don’t understand it”, dice qualcuno prima che parta il pizzichìo di corde e addirittura, beccati questo Bob!, l’armonica a bocca. Voce subito in primissimo piano, in un andazzo più dolce di altri momenti dell’album. Non meno amaro. Tanto per non farsi mancare nulla, ci mettiamo pure dei violini a rendere il tutto più lacrimevole. “Just have a nice day”? Come no!

Unhinged: ahhh, se solo fosse stato un disco rock tradizionale, il riff elettrico di apertura avrebbe pestato in ben altro modo. Epperò c’è comunque un bel ritmo teso e garage, tastiere seventies, ancora le maracas e dei tamburelli presi a LiamdegliOasis. Un pezzo di quelli più tirati à la Eels, ma pur sempre cresciuto e ubriacatosi nel sottoscala in cui è stato partorito l’intero album.

High and Lonesome: effinalmente la smettiamo e buttiamo tutto in vacca. Inizio con: pioggia e tuoni. Qualcuno che compone un numero al telefono, ma la linea dall’altra parte è occupata. Qualcun’altro che cammina veloce sotto la pioggia di cui sopra, passa una macchina, la tempesta d’acqua continua e infine un bussare alla porta. Finito. “High and Lonesome”, decisamente.

I Need a Mother: niente di nuovo sotto il sole. Un’altra canzone costruita come la maggior parte dei pezzi del disco, non che fosse pensabile supporre qualcosa di diverso per un album “di canzoni da sottoscala” (o come le aveva definite). Solo pianoforte, urla sulla necessità di una figura materna, tastiera spiritica e pianoforte ridotto al minimo sullo sfondo. Quel che conta è sentirsi le sparate disperate di E.

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Little Bird
: è il primo singolo, distribuito gratuitamente attraverso il sito. Ha un bel sapore tutto Eels, più “completo” e rispettoso che in altri episodi di “End Times”. Qualcosa che lo rende adattissimo sia a “Electro-Shock Blues” che a “Daisies of the Galaxy”. Proprio bella, non è che si possa star qui a discutere.

On My Feet: “sto tipo uno schifo dentro, non è che sia granché facile camminare sulle mie gambe ora come ora, ma sono certo di aver vissuto anche di peggio”. Che ci sia della luce in fondo al tunnel? Niente slow-train-coming? Come si è aperto e si è sviluppato, il bel disco (e diciamolo) degli Eels si chiude. Sussurrato, semplice, spogliato di tutto, con la sempiterna chitarra (anzi, due?), la tastiera a creare dell’atmosfera ed E. a pontificare su se stesso. O sul suo personaggio. O su entrambi.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Eels: la gioia strana ma vera | ZAVE's
Reply

[...] quella che ha preso il via con “Hombre Lobo” (estate 2009), che si è evoluta in “End Times” (gennaio 2010) e che quindi tira le fila del discorso con il qui presente “Tomorrow [...]

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