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Zeros – 2008: Modern Guilt (Beck)

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

Il disco del 2008 è “Modern Guilt”, l’ultimo di Beck. Quello di “Odelay”, tra gli altri. Ma ne ho già scritto troppe volte. In giro per i vecchi blog, sui forum, cose simili. Sono assolutamente privo di cose interessanti da dire a riguardo e quelle che avevo da dire se ne sono già andate. Quindi raggiungiamo l’apice del baratro riciclando la mini-recensione che avevo scritto, ai tempi, per la rubrica musicale di The Games Machine. Insomma, così è. Così arriva a mancarmi solo quella del disco del 2009 per chiudere entro la fine dell’anno la collana e festeggiare i diechi dischi del decennio. E pant. Nel caso: buona lettura.



Al ritmo di un disco ogni due anni (mal che vada), Beck Hansen ha tagliato il traguardo dei quindici anni di carriera, delle trentotto candeline spente e dell’ennesimo gioiello spedito in pasto ai fan. “Modern Guilt” è esattamente quello che (non) ci si aspetta dal “giovanotto di Loser”: dopo due dischi brillanti, divertiti e particolarmente ritmati come Guero e The Information, “Modern Guilt” torna a penetrare sentieri più oscuri e malandati, quelli già presi d’assalto da “Sea Change” e, in parte, “Mutations”. A portare a perfetto compimento l’opera ci pensa la produzione semplicemente da applausi di Danger Mouse, che aiuta Beck a trascinarsi per sola mezz’ora in dieci stanze dalla differente personalità, ma dal respiro unico: c’è la semplice grandiosità della marcetta della title track, le ipnosi anni ‘60/’70 di “Gamma Ray” e “Chemitrails”, la disperazione elettronica di “Youthless” e il quasi-blues di “Soul of a Man”. C’è molto, molto di più di quello che ci si aspetterebbe in soli 35 minuti scarsi, dilatati attraverso dieci tracce solo all’apparenza semplici ed essenziali, ma ricche invece di suoni che si accavallano, loop di batterie elettroniche e chitarre straziate.
Ancora una volta Beck va per la sua strada, quest’anno mormorando deluso i mali del ventunesimo secolo, ripescando le atmosfere e i suoni di trent’anni fa, senza perdere occasione per rielaborarli e farli suoi. Continuando imperterrito a colpire nel segno. Imperdibile.

Gli altri classificati:
Partiamo con la citazione dell’EP che per ora è solo una speranza: “One Day as a Lion”, dell’omonima band. Che poi è Zack de la Rocha con un altro, e tanto basta. Continuiamo col buon exploit dei R.E.M. di “Accelerate”, con la conferma (caso mai ce ne fosse bisogno) di “Amen” dei Baustelle (che ha rischiato il primo premio), col solito buon lavoro dei Cure di “4:13 Dream”, con lo splendido lavoro dei Killers alle prese con “Day & Age” (anche lui vicinissimo all’alloro). Ma ancora: la rivelazione dei Fleet Foxes (album omonimo), l’addio con saggezza postuma degli Oasis (“Dig Out Your Soul”), il sopportabilissimo rock milanese degli Afterhours (“I milanesi ammazzano il sabato”), il prepotente ritorno dei Counting Crows di “Saturday Nights and Sunday Mornings”, la divertita sagacia dei Weezer con l’album rosso. Un buon anno, non si discute.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

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