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Amazes me the will of instinct

Il bello di essere ancora, dopo tutti questi anni, totale preda della musica dei Nirvana. E dei ricordi, e delle sensazioni e di tutti quei fatti lì. Però funziona così: l’idea è di spupazzarsi l’intero DVD “Live at Reading”, finalmente disponibile (da un paio di mesi), pur nei suoi 4:3 e roba simile. Poi, alla fine, stendere due parole pacate e riflessive su quel che è, che fu e che mai sarà di nuovo.
Invece va subito tutto a ramengo: l’introduzione in carrozzella (quella più che nota a chiunque abbia visto/consumato “Live! Tonight!! Sold Out!!!”), poi il riff d’apertura di “Breed”, il palco troppo grande per il parruccato, l’avvinazzato lampadario e il ragazzino pestatutto… e ogni progetto è sgretolato. E non è solo o in particolar modo merito degli affettuosi ricordi di un adolescente a caso degli strabordanti anni ’90 (quelli buoni, i primi). E’ soprattutto la solita molotov di crudele e sfacciato rock ruvido e talmente intimo da dar fastidio, che prende fuoco dalla miccia che è l’attitudine e il senso punk della faccenda, come ebbe a dire a qualcuno tempo fa (è nelle “note” di “With the Lights Out”, se interessa).
Il concerto di Reading del 30 agosto, come ha esplicitato chiaramente un Grohl più che adulto poche settimane fa, era quello dell’ultima chiamata. Le voci sussurravano di un gruppo già in ampia deflagrazione interna, sciolto e tornato all’ovile attorno al fiume Whiskah. Ultima chiamata, da noi si dice “o la va o la spacca”, in ambiente Aberdeen e affini preferiscono “go big, or go home”. Loro andarono big, ma molto big.


Ma molto big senza fare nulla, se non intercettare, come già stavano facendo dall’uscita di “Nevermind”, quel che voleva e passava per la testa del pubblico. Semplicemente un’ora e mezza del minuscolo repertorio Nirvana. Suonato come fosse l’ultima cosa da fare, suonato come se davvero potesse significare qualcosa per chi era sotto il palco e sopra il palco. E se dopo diciassette anni se ne sta parlando, qualcosa deve pur aver significato.
Di quel concerto mi arrivarono echi riletti dopo un paio d’anni sulle riviste di settore. Da quel concerto conobbi e crebbi col mito del “festival di Reading”, che “una volta vorrei pure andarci”. Ma poi lo scazzo del festival e della tenda e delle zanzare ha sempre avuto la meglio. Nonché lo scazzo della mancanza di un gruppo che potesse dirmi qualcosa al livello dei Nirvana (e grazie al cazzo, lo so). Intanto Cobain si inginocchia a terra, non ha lasciato passare nemmeno un minuto tra “Drain You“, “Aneurysm” e, ora, “School“. Che è un po’ il manifesto più banalmente efficace del suo modo di vedere l’intera faccenda, e forse era anche quello di qualche altro milione di ragazzi/ni. E soprattutto, era quel giro di chitarra, ammantato di potenza e cialtroneria hard rock/heavy metal. Fino a quando gracchia “you’re in high school again” grattandosi la testa ormai doma (niente più parrucca). Dopo che Grohl ha spiegato al mondo cosa sarebbe stato “Bleach” se ci fosse già stato lui dietro alle pelli (e che spiegazione, per tutti i numi tutelari del santo cacchio).

Dire che, prima della fucilata apritesta, c’era già modo di mandare in paranoia le decine di migliaia di fan arrivati nella brughiera inglese: “questo è il nostro ultimo concerto”, spara senza complimenti Novoselic. “No, davvero eh!”, chiosa Cobain. Prima di ricordare che è l’ultimo “almeno fino al tour di novembre, in mezzo abbiamo un disco da registrare”. “In Utero”, sia ringraziato il Santo Cielo. E prima di cannare del tutto l’ingresso vocale in “Sliver”, divertirsi a sufficienza per capire che tutto sommato va benissimo anche cannata così, perché tanto la linfa è sempre quel sughetto di istintività che ha reso i tre dischi dei Nostri, un punto fermo dell’amore universale.
Anche nel semplice Dolby Stereo (cuffie, che qua meglio non lasciarsi andare a strip pro-begli anni che furono), “In Bloom” è la bellezza che è sempre stata. Qui resa con approccio meno leccato e laccato rispetto alla versione su disco. Grohl, tanto per non sbagliarsi, pesta come un fabbro, la chitarra è meno soffocata, meno ripulita e naturalmente l’esecuzione impostata su “velocità smodata”, almeno in parte. Gira forte il giro di basso del neo-vecchiopelato Novoselic, mentre scompare il tizietto che ha ballato per le prime canzoni tra i due fondatori del gruppo, intenti a godersi (uno sì, ma l’altro?) quello che doveva essere il primo singolo di “Nevermind”, fosse stato per loro.

E’ comunque il momento del “stendiamoli facile”, seguono “Come As You Are” e “Lithium“, poi “About a Girl“. All’attacco della prima è già crisi esistenziale per il pubblico, tutti col bel marchio MTV stampato a caldo su retina e pompetta del sangue, con quel lampadario traballante e la pistola. Della terza il fucile non aveva ancora fatto scempio, mettendola a disposizione di chiunque volesse infilarsi un bomber, le scarpe da tarro e spararsi la versione dell’Unplugged per celebrare il suo “idolo”, fresco successore di DJ Prezioso, freschissimo abitante del mondo dei più. Snobismi insomma. Della seconda bisogna solo dire tutto quanto di buono si possa dire di qualcosa che ti scorre dentro e tutto sommato se sapessi farlo, anche tu vorresti essere una rockstar con delle cose da dire. Poi magari è meglio Super Mario 64, che è più facile. Il pubblico canta il mantra della mattina di domenica, che tutto sommato sai chissenefrega rispetto agli altri giorni… Va anche meglio che cinque minuti fa con “Come As You Are”. A meno di metà concerto mettiamo già le mani avanti: il missaggio è da candela votiva. Suoni pieni, ricchi, live, mai squilibrati. Torna pure il pazzo (o meglio: un pazzo) che saltella, e qui il dubbio è che sia Repetto degli 883. Vi chiedevate dove fosse tra l’Uomo Ragno ammazzato e lo zucchero filato nero? Eccolo, a Reading a lumare Cobain che fissa con gli occhi chiuso il cielo e ulula del suo non volersi spezzare, anche se tutto concorrerebbe all’idea.

In tutto questo si è fatto finta di assecondare il cappellino da trucker-18-wheeler dell’imberbe Dave. Ma santoddio, quanto bene gli si vuole? Lui e il suo faccino in zona “Marigold”.
Prima di chiudere il trittico sopra citato, Novoselic prova a essere simpatico senza grandi dosi di vino rosso in corpo. Ciancia di dottori invisibili, non ce la fa. La versione più naturale e raschiatina granatina di “About a Girl” cala leggiadra sul pubblico, con Cobain che imbraccia malamente la chitarra e il mondo che si chiede da dove diavolo arrivasse quella canzone, ché loro sull’album blu col bimbo mica ce l’avevano. Poneman inizia a sorridere convinto, “vuoi vedere che sarà meglio ristampare Bleach?” . Serve sottolineare che vorrei ieri tutto l’album con questa batteria? No, già detto sedici volte.
“This is a new song…” preannuncia il cantante biondino, “it’s called The Eagles has Landed”, precisa il dinoccolato. Grohl ferma il piatto con la mano per ottenere l’effetto voluto, nella pausa post e pre esplosione catartica che è “Tourette’s“, il punto di arrivo finale della lirica di Cobain. Parole arrotolate, masticate e sputate, senza senso, insulti, fatti, cose: da sindrome, per l’appunto. Nessuno degli intervenuti sa che ha avuto in diretta la prova provata della maestosità di “In Utero”. Anche perché si lasciano ciondolare e dondolare facilmente dentro i ritmi da dolce stupro di “Polly“, più che contenti della doppia voce garantita dal bimbo prodigio. Non serve nemmeno sbagliare a schitarrare e fregarsi tutto un bridge così, come nulla fosse. Ci sono buone probabilità che se Cobain avesse intonato un pezzo dei New Kids on the Block, la gente sarebbe esplosa lo stesso. Polly said…

Si comincia la terra di mezzo dello show con tre pezzi da “Nevermind”: “Lounge Act“, “Smells Quella Lì“, “On a Plain“. Non che ci sia tanta scelta, se hai due dischi e una manciata di b-side & simili alle spalle. Non che si possa davvero spaccare le palle a nessuno se stai infilandoti nel tunnel spaziale che è “Lounge Act”, la giusta testimonianza dell’efficacia live della voce di Cobain e della band quando tutto filava liscio. Stanno andando big, niente biglietto per lo stato di Washington. Talmente big che si sparano “More than a Feeling” con Novoselic alla voce, prima di dare a tutti quello che vogliono, il loro singolone genre-era-defining. Con chitarrata volutamente “sbagliata” che segue “quel riff lì”. Giusto per far finta di non essere schiavi della loro canzone col bidello e le procaci ragazzotte tutte McDonald’s e test di gravidanza. A denial.

Basta il tempo di ricordare che sarà pure sbagliato amare più se stessi che il prossimo, ma che tutto sommato ci si può far poco, che già si passa ai cannoneggiamenti ammoniacati di “Negative Creep“. Troppa per parlarne, troppa per la folla, che ha bisogno di relax, quello di “Been a Son“: stiamo iniziando a racimolare dal barile di “Incesticide”. Quindi perché non continuare ad anticipare il 1993 con “All Apologies“? Perché prima tocca al maritino biondaceo parlare, e non cantare: “vi va di dire tutti assieme ‘Courtney I love you’ a mia moglie?”. Incredibile, il pubblico segue a bacchetta. Segue anche la “All Apologies” già anticipata, come prevedibile in versione “facciamoci del male”, con il giro di chitarra ancora da rifinire, con il pubblico in silenzio a studiare, con il testo ancora da completare. Ma di un bello che guardi, signora mia, faccia tre etti e lasci pure. Lasci pure le sovraimpressioni da videoclip sfigato, che qui gli si perdona tutto a ‘sti arricchiti della Geffen.
La sezione finale del concerto si trastulla tra “Blew” e “Love Buzz“, tra “Dumb” e l’inedito/cover da-sentire-se-non-lo-avete-mai-sentito (“D7“), chiudendo con il napalm di “Territorial Pissings“. Impossibile altrimenti (e per tacere di “Spank Thru“).
Qualcuno ha della colla per il cuore?

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Magiustra
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E dire che volevo saltarlo, questo DVD. Ora mi tocca prenderlo. Grazie, Mat :/

zzavettoni
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Be’, occhio. Non so come possa finire con te nei paraggi.

babalot
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io ce l’ho e non l’ho ancora visto. mannaia la mannaia.

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