Your browser (Internet Explorer 7 or lower) is out of date. It has known security flaws and may not display all features of this and other websites. Learn how to update your browser.

X

Navigate / search

Primo Giro: Beat the Devil's Tattoo (BRMC)

Tre anni non sono poi tanti, ma a dar retta al calendario (non quello della PlayStation 3, stateci all’occhio) è comunque il lasso di tempo più ampio che sia mai intercorso tra un disco e l’altro per i Black Rebel Motorcycle Club. I capelloni di San Francisco possono vantare in carriera già due bei dischi (l’omonimo del 2001 e “Howl” del 2005), palmares non proprio da gettare alle ortiche. L’ultimo episodio (“Baby ’81″ – 2007), però, mancava di spessore e idee, salvato solo da mestiere e personalità. Non è andata poi meglio con l’esperimento rumoroso-strumentale dell’anno scorso. Bene, quindi voglia di rivalsa a tutta randa per “Beat the Devil’s Tattoo”, nei negozi a fine settimana (o, alla peggio, all’inizio della prossima) e che ora si puppa un bel “Primo Giro” dato che l’Internet lo sta offrendo in versione, cough, demo.


1. Beat the Devil’s Tattoo

Come già successo in alcuni ottimi esempi del passato, la canzone che dà il nome al disco è anche quella che lo apre. Mapperò il direttore del Blog (me) ne aveva già parlato alcune settimane più in giù nel vorticoso fiume della vita, quindi metto un bel link e passiamo direttamente alla seconda.

2. Conscience Killer

La buona notizia è che la produzione è di quelle che con i BRMC funzionano bene: suoni sporchi e caldi, voce affogata nelle chitarre e basso prepotente. Il riff è semplice e d’annata come quelli che hanno reso un buon servizio in passato alla band. Le idee, però, non è che si affannino per venir fuori: un bell’esercizio di stile insomma. Con tutti i contro, ma anche con tutti i pro del caso (anche perché i pedali per gli effetti son quelli che di solito mi spingono da soli all’acquisto dell’intero album, figurarsi).

3. Bad Blood

Forse è già venuto il momento di rallentare? Con “Bad Blood”, così a primo acchito, siamo dalle parti delle ballate un po’ fuori sincronia del primo disco (“Salvation” et similia). Qui, però, c’è un ritmo più sostenuto, non a sufficienza per farsi l’idea che i giri del motore siano stati abbassati fin troppo presto. E comunque quando provano a lasciarsi prendere da canzoni più volutamente strascicate, i Black Rebel non è che funzioni proprio al meglio. Nemmeno in questo caso quindi.

4. War Machine

“Ciao amici, sono un filtro per la voce, usatemi ancora di più!”: Peter Hayes ulula e graffia da lontano, mentre le casse stereo si suddividono il lavoro delle chitarre e la batteria procede marziale. Se solo non c’entrasse nulla, potrebbe essere una roba shoegaze (che prima o poi volevo scriverlo sul blog, “shoegaze” dico), con tutto quel whiskey da route 66 però. Un bel tocco di psichedelia e un po’ di confusione di troppo però.

5. Sweet Feeling

Finora qualcosa di certo c’è: i titoli proprio non li sanno scegliere, tolto il singolo e salvata la seconda traccia, siamo a tre nomignoli un po’ sul cialtrone andante. Ma dopotutto chissenefrega. “Sweet Feeling” non è “Sweet Emotion” (Aerosmith, due secoli fa), però ce la mette tutta per essere la migliore canzone attorno al fuoco da limone adolescenziale che i nostri abbiano mai messo a punto. Anzi anche no, qui pare più virare sul gospel e quindi sulla chiesa ricca di amore e gente scura. Godibile, sanno quel che fanno (e naturalmente essendo folkettosa e gospellosa e infilandoci pure l’armonica a bocca, è un attimo ritrovarsi a citare “Howl”).

6. Evol

Si fa difficile la cosa: qui le differenze tra “Conscience Killer” e “War Machine” sono proprio poche, perlomeno al primo ascolto. Ma d’altronde questo è un “Primo giro”, quindi… oh! Tanta produzione, tanto studio con la sovrapposizione certosina degli strati di chitarre e tutto quanto possa rendere rovente la batteria che, come al suo solito, ce la mette tutto per andarsene lenta per i fatti suoi. Un pezzo perfettamente in linea con i momenti soffusi e aciduli dei Black Rebel Motorcycle Club. Ma per ora incapace di dire alcunché di eclatante.

7. Mama Tought Me Better

E allora vedete che invece c’entra? Il titolo migliora e anche la canzone acquista in forza, personalità e interesse: una bella introduzione tutta impegnata a rotolare dal canale sinistro a quello destro porta dritti a una traccia con un riff più muscoloso e rifinito di quanto sentito finora. C’è ancora la sensazione che sia necessario andare a cercare il pelo nell’uovo per ricordarsi quale canzone sia diversa da quale altra, ma qui il dinamismo è più interessante e in generale tutto è meno “strizzato” tipo cinque elefanti in una Panda (o in un panda). Niente che non ci si possa aspettare dai BRMC, ma un bel pezzo, che oltretutto ci lancia verso la seconda metà di “Beat the Devil’s Tattoo”.

8. River Styx

Stiamo migliorando! Un gran bel tiro, un viaggio nemmeno troppo lungo (quattro minuti scarsi), ma con un’apice esplosivo. Levon-Been si lascia finalmente andare e stritola per bene le sue corde, Hayes lo segue sputacchiando le sue urla soffocate solo dall’ennesimo filtro. Peccato che la batteria non cambi mai tono di una virgola. Però qui c’è del bel materiale, non scherziamo.

9. The Toll

Bentornato amore folk tutto a stelle e strisce: in “The Toll” c’è anche una voce femminile, che magari è quella di Miss Shapiro, ma magari anche no. Momento d’intermezzo comunque, poteva anche non esserci e questo “Primo giro” non ne avrebbe sofferto un granché, prossima grazie!

10. Aya

No no, gli Steely Dan non c’entrano proprio nulla, anche perché era “Aja”. A pochi metri dall’arrivo c’è ancora spazio per una traccia più oscura e arricchita da una doppia voce che le regala spessore e due bei punti “figosità”. Sottoritmo, pronta a esplodere… sempre che esploda. Si si, ce la fa, esplode, non come “River Styx”, ma seguendo una linea più melodica. Siamo comunque in zona alta della classifica e perché? Perché ci avviciniamo finalmente a un minutaggio più utile per le sbrodolate affascinanti del gruppo: “Aya” ferma il cronometro a cinque minuti e trentanove. Il tempo per aggiungere una coda che cambia un po’ le carte in tavola e fa scattare tanti bei pensieri.

11. Shadow’s Keeper

Niente più scherzi, rieccola in pieno la chitarra dell’album del 2001. Né più (circa, purtroppo), né meno (è tutto sommato roba loro, e piace tanto alla gente che piace). E sarà anche un caso ma qui la Lea mi cambia finalmente passo alle pelli e il risultato si sente. Il disco sta chiudendo in un crescendo che è un richiamo al passato della band, quindi niente di sorprendente, ma sufficiente per dichiarare oltrepassato il “solo divertente” “Baby 81″. Nei quasi sette minuti trova anche posto un bel corridoio di finta improvvisazione, eccitante come le cose più riuscite dei tizi di nero vestiti. Muore nel rumore, bello, arf.

11. Long Way Down

Nel caso vi mancasse un momento Beatles-John Lennon, eccolo qua. Il piano è d’obbligo e anche la voce piaciona da “questa te la rifaccio a casa con la chitarra acustica e poi vediamo se non ti smutandi”. Probabile che si smutandi in effetti, perché per funzionare, funziona.

11. Half-State

Lo dico prima, qui ho delle aspettative. Come non averne conoscendo chi suona e avendo appena visto che abbiamo un pezzo da oltre dieci minuti che arriva a chiudere l’album? D’altronde in passato l’idea aveva funzionato benissimo (“Heart + Soul” in “Take Them On, On Your Own” e “American X” in “Baby 81″). Loop di chitarra echeggiano sullo sfondo, la voce costituisce un vero e proprio strato alternativo. Una di quelle canzoni che stanno bene verso la fine di un concerto, che la gente ne approfitta per rifiatare o prendersi una birra, loro se la godono e poi sparano i singoloni per mandare tutti a casa contenti. Intanto qui si continua a fluttuare in questa tipica pompa di benzina nel crepuscolo di un film di Marlon Brando pre-ciccia. Quando fanno vedere quanto possono godersela se si lasciano prendere dal loro stesso groove (sono pronto per diventare Boosta dei Subsonica), i Black Rebel Motorcycle Club convincono senza nemmeno impegnarsi troppo, su questo non si discute. Forse non il capolavoro ultimo e finale della loro storia, anzi tutto sommato le altre due citate prima sembrano tuttora più intriganti, ma è un bel modo per dare il saluto dopo tre anni, mettendo i sigilli a un album che al primo ascolto non fa impazzire di gioia, ma perlomeno dà una bella massaggiata al cuore del fan che ha appena scritto ‘sto popò di roba.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Leave a comment

name

email (not published)

website