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This is a post for a sailor

The best I ever had, che poi non ne ho, quindi punto e a capo. Ma oggi sono talmente abbandonato alla mia Zavecaverna che ho messo il programma lungo sulla lavastoviglie per sentirmi meno solo. E ho pure visto “The Wrestler”, che se proprio cercate qualcosa per non infilarvi in un pozzo di pietà e depressione su quel che era e mai sarà nuovamente, sulla capacità di sopravvivere a se stessi, su ma che minchia però, mi son distratto un attimo ed è scomparso tutto… Ecco, non “The Wrestler”, che peraltro è di un’efficacia che manco Wolf di “Pulp Fiction”. Ma stiamo divagando. Così, mentre la lavapiatti continua a centrifugare la padella delle zucchine (peraltro già lucidata da Zero, dannato), mi butto in un post dedicato a… “Teargarden by Kaleidyscope”. Bam! Tutti a casa, tutti che lasciano la poltrona e chiedono indietro i soldi. Però oh, ci sta: oggi è nuovo record di visite cada-giorno nel post “Cialtrone: una storia vera”, in qualche modo va ricordato che la felicità è effimera e che il Mediaworld non mi consegnerà mai l’amplificatore entro domani.


Era meglio aspettare ancora un trenta giorni, certo. Magari quaranta. Comunque quelli necessari per far discendere sui fanz “Astral Planes”, ultimo pezzo del primo EP. Avrebbe avuto più senso, ma non è che il sottotitolo del blog è stato “Per la vittoria del pressapochismo” a lungo così, perché suonava bene.
L’inizio comunque… l’inizio è stato folgorante: “A Song for a Son” era una bella canzone l’anno scorso, quando ha debuttato dal vivo. In studio perde Jimmy Chamberlin (e grazie al cacchio), ma acquista una gestione degli strati e dei livelli di volume che apprezzo, mi piace e quindi metto tutto in loop. Non è un pezzo à la Adore, non è di certo un pezzo à la Zeitgeist, figurarsi. E’ un pezzo à la Qualcosa Corgan 2009 e in questo è innegabilmente sincera. C’è un po’ di posticcio, si sente che dietro non c’è un gruppo, a volte dovrebbe suonare più organica, più vitale, più selvaggia, pur senza perdere il tocco etereo e sognante che la trascina in giro per tutti e sei i minuti. Qualcuno ha detto che, finora, tutti e tre i pezzi del progetto hanno un che di psichedelico anni ’60, contrariamente alle turbe colorate e pompose della “psichedelia by Smashing Pumpkins” degli anni ’90, allora più vicine ai modi e ai tempi dei ruggenti seventies. E mi pare vero. Comunque ha una sua epicità semplice ed efficace, con una bella seconda chitarra che si innesta deliziosamente e un’interpretazione vocale inattaccabile. Impreziosita da una “recitazione” del bel testo che può disturbare per la convinzione che ci mette il pelato, convinto sempre di essere di fronte al testo più importante che mai abbia scritto ma… ehi, chiunque ha già rotto sufficientemente gli zebedei sulla personalità del tizio di Super Vicky. Abbiamo dato, insomma.

Widow Wake My Mind è arrivata a poco più di un mese dalla canzone dedicata al figlio che ancora non c’è. Ed eventualmente è dedicata a un bel cane spinone che, con il nostro, corre contento in un prato fiorito pieno di soffioni. Qui qualcosa proprio non va: non nella “Widow Wake My Mind” in sé, comunque ben lungi dal rappresentare al meglio le potenzialità di CiccioPasticcio/degli Smashing Pumpkins, ma nella produzione. E nell’esecuzione, pure. In quest’ultimo caso si parla del regazzino che siede alla batteria, tutto nuovo e tutto ciccia&brufoli: magari anche lui soffre della produzione un po’ di carta velina, che appiattisce più o meno qualsiasi suono, ma è indubbio che provi a fare più di quanto forse gli riesce. D’altronde ha sei anni e Corgan si è inventato come buon samaritano nel provare a regalargli un sogno. Cioé, nemmeno Morandi è così piacione. Bello il giro di basso lineare e pompeggiante però, e divertente anche la progressione hyper-pop della voce. In una giornata di amicizia primaverile, ci sta benino forte. Assieme alle altre due, pure di più. Con anche “Astral Planes” nel conteggio… vai a sapere.
Infine lei, “A Stitch in Time“, che volendo è la meglio. Ma c’è sempre la prima, quindi su tre al Mattia ne piacciono molto due, mica male. “Ma sei un depravato di questi qui, ti bevi tutto quel che fanno”, vero anche questo. Ma con convinzione, tranquilli. Per esempio, se qualcuno che ne sa di ‘sto gruppo ancora sta leggendo, sa che più o meno tutti i fan-duri-e-puri hanno apprezzato oltremodo “American Gothic” l’EP di inizio 2008. Ecco, a me così così. Un po’ due palle, qualcosa di carino. Quindi ho dei bonus da giocarmi. “A Stitch in Time” però ha un fascino da vecchia b-side veloce e convinta e l’anima di “Teargarden by Kaleidyscope”. Con solo chitarra e qualche roba simil-tastiera, violino, non so… quei fatti indiani insomma. Dicevo, con solo ‘sta roba e niente giovin batterista Byrne, vince facile. Efficace, violenta con ottimismo e bella arrembante nella voce. La più meglio se si vuole andare in loop.
Bene, noia finita, andate in pace.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

EnrProc
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Per me il batterista infante è scarso forte, se il pelato mi dà cinque euro e una cazzuola suono meglio io

zzavettoni
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Vedo scarsezza di fede, morirai per primo.

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