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Gorillaz: Stylo e sostanza

[audio http://www.dailyrando.it/zave/wp-content/uploads/2010/03/04-rhinestone-eyes.mp3|artists=Gorillaz|titles=Rhinestone Eyes]Non vorreste essere anche voi delle persone meglio? O almeno degli artisti. Che brutta parola, sciura Maria! “Artista”… avete mai davvero sentito qualcuno proclamarsi tale che davvero non fosse un ridicolo esempio di fallito? Può essere, ma il Damon Albarn non è tra questi. Primo: perché ho seri dubbi sulla sua voglia di definirsi “artista”. Secondo: perché ha un dente d’oro e va in giro per Notting Hill con le ciabatte. Terzo: perché come fai a dare del fallito a uno che ha portato avanti il progetto Blur solo per poi salutare tutti e mettere in piedi i Gorillaz, poi robetta come The Good, the Bad and the Queen, poi anche quel fatto lì di Monkey (“Journey to West” – che non conosco, ma mi fido di chi si è sperticato nelle lodi) e infine, quando proprio gli gira bene, torna a fare una tourné con Coxon e gli altri, giusto per ricordare a tutti quanto fosse illuminatamente amabile nella sua vita precedente? Ecco. E neanche ho ancora detto che “Plastic Beach” è già un serio candidato al premio “disco dell’anno” su questo blog.


Ci sono voluti cinque anni per dare un seguito a “Demon Days” (2005) e arrivare a stringere tra le zampe il codice binario di “Plastic Beach”, terzo album dei nostri. Fino a un anno fa (e nemmeno) era anche facile ipotizzare che fosse finita l’avventura del “primo gruppo hip hop virtuale”, come qualcuno amava definirlo, tra cui probabilmente lo stesso Albarn e gli altri tizi (in zona Cibo Matto e via andando). Invece manco per nulla, o meglio… forse è davvero finito ed è diventato qualcosa di differente. Perché sì, il battesimo (“Welcome to the World of Plastic Beach”) sarà anche un perfetto esempio di quel fatto hip hop à la Gorillaz… perché sì, si prende anche il lusso di dare a tutti il benvenuto con una citazione perfetta, intelligente e sagace (“the revolution will be televised”, Gill-Scott Heron sorride compiaciuto)… ma poi i cinquantasei minuti scivolano via verso qualcosa di altro. Ci sono ancora gli episodi più tipici: “White Flag” e “Superfast Jellyfish” sono Gorillaz-stupiderie al loro massimo, “Sweepstakes” non è stupida, ma è innegabilmente hip hop. Il resto, invece, è diverso, ma di un diverso che va splendidamente a braccetto con i pezzi appena accennati.
Se “Demon Days” non fosse già esistito, sarebbe stato il titolo scelto per “Plastic Beach”, l’album in cui Albarn fa più l’Albarn dacché i Gorillaz sono i Gorillaz. Ed è un sentire strepitoso, tutto intriso di un dolce malumore e di un romantico guardare il crepuscolo, avvolti in un minestrone di suoni anni ’70. Tra la disco e lontane parentele funky, il tutto gestito con una semplicità, una sincerità e una facilità che ha spesso del miracoloso.

Il duo “Rhinestone Eyes” e “Stylo” è un doppio jab alla mascella che lascia barcollanti: se resisti al primo giro, vai giù dritto al secondo. Se non te ne innamori o hai sbagliato completamente genere (dove per genere si intende quello della “buona musica”) o ti hanno estratto il cuore a forza da piccolo. Ma c’è anche una rinnovata attenzione all’elettronica europea, con i The Knife in “Broken” o i Royksopp nella stessa “Rhinestone Eyes” e in brani appena un millimetro al di sotto dell’amore totale (“Glitter Freeze”, “Empire Ants”). Ma il bello è tutto attorno a te e per capirlo non serve nemmeno la Blasi: sta nella chiusura gongolante di “Pirate Jet”, nel lusso di un Lou Reed che stringe la mano a Damon in “Some Kind of Nature”, pezzo efficace come una punizione nel sette con la barriera ferma. Prende forza nella tastiera e nel coretto sulla spiaggia che segue l’ingresso spaghetti-beach in “Plastic Beach” (la canzone intendo).
Una terza prova di allarmante classe, che può far rimpiangere i primi Gorillaz a chi cerca qualcosa di più nero, ma che non può che strizzare il cuore di chi avrà la voglia e la fortuna di lasciarsi cullare sul bagnasciuga dei suoni retro, fusi da un saldatore che più 2010 non potrebbe essere. Imprescindibboli.

Plastic Beach

(Gorillaz)

Etichetta: EMI
Durata:56 minuti
Compralo su iTunes: cliccando qui
Queste dovete ascoltarle: Rhinestone Eyes, Stylo, Broken, Empire Ants
Zavalutazione: ♥♥♥♥♥

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Annina
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Quanto Ammmore!

menebach
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Negli ultimi tre o quattro post si parla troppo spesso di Blur.

[...] Gorillaz: Stylo e sostanza Non vorreste essere anche voi delle persone meglio? O almeno degli artisti. Che brutta parola, sciura Maria! “Artista”… avete mai davvero sentito qualcuno proclamarsi tale che davvero non fosse un ridicolo esempio di fallito? Può essere, ma il Damon Albarn non è tra questi. Primo: perché ho seri dubbi sulla sua voglia di definirsi “artista”. blog: ZAVE's | leggi l'articolo [...]

Flx
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Non c’è un cazzo da dire, tutto giusto. Ah, e si parla sempre troppo poco di Blur.
Cmq, in Plastic Beach i momenti di eccellenza assoluta per me sono To Binge, la title track e Empire Ants. Comunque a differenza dei precedenti dischi dei Gorillaz, trovo difficile utilizzare il tasto skip, anche perchè non ce l’ho più. Ah, non conoscevo Little Dragon. A giudicare dalle collaborazioni qui, dovrei avere del sesso con la cantante.

zzavettoni
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Non mi sembra credibile il tuo scegliere una femmina in base a dei meriti.

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