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E Jackson scoprì Michael

Se oggi bisogna parlare di un disco di Michael Jackson, quel disco è “HIStory”. Perché “HIStory” è la fine di tutto e il momento reazionario per eccellenza di Jacko. Dopo “HIStory” è stato chiaro che Michael Jackson era finito, un relitto del passato cui l’intero e cosiddetto estabilishment aveva voltato le spalle. E quindi ne aveva decretato il punto di non ritorno. L’unica soluzione possibile: farsi quel purgatorio, annichilire in anni di polvere e ulteriori modellazioni plastiche, sperando nel costante e prevedibile amore per il riciclo e la seconda possibilità che, prima o poi, avrebbero rimesso Jackson sul piedistallo da cui era stato tirato giù nemmeno fosse la statua di Saddam in Iraq. Il che fa sorridere amaro, perché una statua simile, in effetti, campeggia sulla copertina del disco del 1995. E perché quella seconda possibilità, se mai ci fosse stata, avrebbe iniziato a prendere fiato e piede dal tour-de-force londinese che non fu, complice una siringata di troppo. Cercata o accidentale che sia stata.


“HIStory” è imbarazzante per un buon numero di motivi, ma è imbarazzante spesso e volentieri in senso letterale. Tanta è l’onestà e il carico di faccende personali che Michael Jackson infila nei quindici pezzi che riempiono il secondo disco (il primo era invece costituito da una raccolta di successi che, nelle intenzioni [e probabilmente anche nella pratica], avrebbe dovuto aiutare le vendite della parte inedita). “HIStory” è il primo disco del post-accuse di pedofilia, ma anche un alieno lo avrebbe capito senza saper nulla di quelle tristi beghe legali e morali e mediatiche. Lo stesso alieno che serve a Jackson quale seconda pelle e travestimento in “Scream”, il pezzo d’apertura che vede l’ex prodigio e idolo dell’essenza afro-americana rinchiudersi in un’astronave assieme alla sorella Janet. E’ tutta grafica digitale ed è tuttora il videoclip musicale più costoso della storia del mondo dell’universo di sempre. Considerando che i videoclip sono morti da un pezzo è facile credere che lo rimarrà a lungo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=OX7JQ5CCf-s]Da “Scream”, ma anche dall’attacco di “They Don’t Care About Us”, così come da una mezza altra infinità di momenti di “HIStory”, è facile capire la direzione musicale imboccata. In assenza di un produttore illuminato quanto il vecchio Quincy (Jones), la truppa alle dipendenze di Jackson fa quel che può per svecchiare il suono, inzuppandolo piuttosto artificiosamente (e con risultati parecchio altalenanti) di batterie elettroniche e squarci sintetizzati che, molto alla lontana, vorrebbero riprendere un certo gusto simil-quasi-per-sbaglio industrial. Che fa tanto metà anni ’90. No, Trent Reznor era troppo occupato a disfarsi di eroina per sorridere da lontano.
Ma nemmeno il costumino moderno riesce ad avere la meglio sull’anima di Jackson, che dà il benvenuto agli ascoltatori con una carica di livore e veleno inedita per il cantante dell’Indiana. Il ballerino spaziale reclama i suoi spazi e la sua verità, in quella che è una lunga conferenza stampa affidata a un album. Mai, prima di “HIStory”, Jackson aveva parlato tanto di sé in un disco. Si sospetta anche che mai, prima di “HIStory”, avesse investito di tanta responsabilità un suo album.

Nella già citata “They Don’t Care About Us”, l’introduzione affidata a un coro di bambini non è che può essere presa come una coincidenza. Non ha paura, Michael, di continuare a sostenere il proprio mondo fanciullesco (la sua evidente sindrome da Peter Pan è stata egualmente utilizzata dai sostenitori delle accuse di pedofilia, quanto da chi la negava con forza). Nello stesso senso va letta la prescindibile e inutilmente zuccherosa “Childhood” e la vagamente inutile “Little Susie”.
Ma è un Jackson incazzato, c’è poco da fare. Prima della riapertura finale, nell’epica title track che vola talmente alto da suonare a tratti un filino ridicola (ma che riassume alla perfezione lo spirito del personaggio), c’è spazio per attacchi e graffi e sputi e stivaletti diamantati da svuotare di macigni. Il pazzo marziale che scandisce (sempre lei) “They Don’t Care About Us”, spezzato un po’ goffamente da un raggio laser, è un richiamo alla statua che campeggia in copertina. Ed è una statua in cui Jackson è ritratto con una bella quantità di munizioni a portata di mano. I colpi vengono esplosi tanto in “This Time Around” (tra i pezzi migliori del disco), quanto in “Money” (che ha un bel gusto seventies, sotto il deprecabile fard anni ’90) e ovviamente in “Tabloid Junkie”. Jackson lascia che sia la musica a fare il discorso e confeziona il suo solito disco lungo e polposo, straripante di rilanci al mondo che lo ha rinnegato per qualche titolo di giornale e una troupe televisiva fuori da Neverland giorno e notte.

[audio http://www.dailyrando.it/zave/wp-content/uploads/2010/03/11-tabloid-junkie.mp3|artists=Michael Jackson|titles=Tabloid Junkie]Zavorrato dalla voglia di fare, “HIStory” è ancora una volta prolisso (come già “Dangerous”), spesso pecca di ingenuità nei confronti dei suoni che vuole fare propri, ma che storicamente non appartengono al repertorio di MJ. Eppure ha, dalla sua, l’innegabile voracità di chi non vuole mollare, pur se, così facendo, ogni tanto manca il bersaglio. Però è il disco della fine di tutto, perché non è il nuovo “Off the Wall” e a dirla tutta non è probabilmente nemmeno a livello di “Dangerous”, a sua volta il disco meno riuscito di Jackson. E a quel punto all’artista più famoso e venduto del vecchio secolo non sarebbe bastato lo spezzatino di suoni e intuizioni di cui farcisce queste strane tapas che costituiscono l’arcipelago “HIStory”. Non sarebbe bastato per far credere al mondo che andava tutto bene e che si poteva andare avanti, ma probabilmente sarebbe bastato a se stesso per far sapere ai suoi fan “là fuori” come vedeva e viveva la situazione.
Il “seguito” di “HIStory” sarebbe arrivato solo sei anni dopo, con un pianeta mediatico ampiamente determinato nel continuare a voler ignorare ogni sforzo creativo di Jackson. A volte, purtroppo, anche a ragione.
Ma “HIStory” lo salviamo, lo salviamo anche solo per quella haunting “Stranger in Moscow”, anche solo per “Earth Song”, anche solo perché canta talmente bene che levatevi tutti di torno.

Dida quando ci capita: in cima al post) una delle tante finte statue posizionate da Sony in giro per il mondo in concomitanza con la pubblicazione di “HIStory” (16 giugno 1995); al centro) copertina di “HIStory”; in fondo) Michael Jackson durante uno show dell’HIStory Tour.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Marco Auletta
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se dici che dangerous è il disco meno riuscito secondo me intendi “il meno riuscito dei dischi comprabili”. perché dopo di questo, (attenzione!) ci sono blood on the dancefloor e invincible. quando ho letto “michael jackson miniera d’oro per gli eredi, altri 11 dischi pronti” mi sono detto “se sono come invincible è una miniera di pirite” o anche “una miniera di carbone piena zeppa di gas pronti a esplodere e seppellire i minatori e condannarli a un’agonia lenta e atroce mentre i media assistono impotenti e la gente escogita i salvataggi più fantastiosi e inutili stile alfredino di massa”

a meno che non facciano uscire il cofanetto da undici dischi inediti premium con esclusivo libro da colorare e busto in marmo da collezione e poi scappino come ladri nella notte.

zzavettoni
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No be’, spetta: il commento era riferito fino a quel punto della storia. Ovvero: quando è uscito HIStory era meno riuscito di Dangerous che a sua volta, quando uscì, era il meno convincente. Comunque non puoi mica contarmi “Blood on the Dancefloor” come disco vero e proprio.
E ovviamente gli 11 dischi di inediti non esistono. Se va bene ce n’è uno. Poi, ovvio, prendono enne cassette registrate al cesso, ci mettono sotto due violini e una batteria elettronica e tirano fuori un disco di inediti. Ok.

Marco Auletta
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ti concedo la non-dischitudine di blood on the dancefloor, però invincible c’è. ce l’ho a casa (anche blood on the dancefloor) e non ho paura di usarlo.

in ogni caso solo di uuh aaah hiiii yeye e mmmmh possono farti settantaquattro minuti, se ha lasciato anche due accordi di piano e un “listen to the children/world/dolphins/unicorns/my pockets crying” con voce melensa il cofanetto memorial è assicurato.

zzavettoni
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Ma sono convinto dell’esistenza di Invincible né, l’ho anche sentito qualche volta quando è uscito. Poi non ce l’ho fatta. :(
Sempre viva gli unicorni.

Quedex
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Una della tante statue era stata posizionata all’Acquatica. Ha fatto ombra a parecchi concerti metallari per circa due anni.

Un giorno sono passato di lì e l’ho vista ribaltata, sradicata da un ciclone suburbano. Sebbene la trovassi urenda, mi dispiacque un pò.

zzavettoni
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Qued: dai? Ma allora me la devo essere persa. Ero al Sonoria nel ’95 quindi… no, in effetti era tipo il 15 di giugno o giù di lì, magari l’han messa appena dopo.

JacoPOP
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Arrivo io con la mia sapienza Jacksoniana.
La statua è stata per anni e anni parcheggiata in un magazzino del milanese: forse troppo costoso anche semplicemente smantellarla. Alcuni fan l’avevano scovata e andavano a farci le foto negli scorsi anni.

Poi è scomparsa ed è riapparsa qualche mese dopo travestita e dipinta da Wolverine in un parco giochi, sempre nel milanese. Una fine davvero ignobile. E’ apparsa anche in una delle puntate di “love bugs”.

Da FAN FAN, il mio album preferito è Dangerous, secondo me superiore e meno “asettico” di Bad. Dispiace che non sia per niente compreso (Who is it ad esempio, secondo me è da TOP 5 di MJ) HIStory sta nel mezzo, con alcuni pezzi improponibili e altri stupendi oltre ogni limite. Invincible lo si ascolta e lo si apprezza pure, qualche pezzaccio bomba ce l’ha (2000 watts e Butterflies su tutte) ma sempre dal punto di vista del fan accecato.

Assurdo che tu dica che This Time Around sia bella e Little Susie no.. no so da che parte rigirarmi per sentire questa frase al contrario.

zzavettoni
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Si ma senti, Dangerous? Off the Wall e Thriller sono lì che ancora devono fermarsi dal ridere. :P

Marco Auletta
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ci sono le vibbbrazioni negative. in questi commenti si parla bene di invincible e si mette dangerous davanti a pezzi storici. come dire che le cose di bansky sono più belle della scuola di atene. aiuto! lasciatemi trollare!

JacoPOP
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Sia ben chiaro, non voglio criticare in nessun modo i pezzi da novanta.. quelli resteranno lì, osannati da pubblico e critica.
Ma è così bello battersi per la dignità di lavori considerati minori!

E poi.. stica, we’re talking about

http://www.youtube.com/watch?v=T5kyCKPafGA this
http://www.youtube.com/watch?v=F2AitTPI5U0 this
http://www.youtube.com/watch?v=jQY_QL_wvQU and this

e buttami dentro anche Heal the World..
Un album, 74 minuti, 14 canzoni, 9 (n o v e) singoli, un tour spaziale. Come si fa a non amarlo?!

zzavettoni
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Ecco, uno dei problemi di Dangerous è che fu concepito per il CD. Il grande momento/dramma del “ehi amici, col CD ci metti dentro 80 minuti di roba!”.

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