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If you need some fun Some good stereo gum Radio #1
So Novanta's: 1993 [aggiornato!]
Aggiornamento! Infilate le canzoni becere di Palletta!
Novantaduecentodieci: siete tra i miscredenti certi che lo zip di Beverly Hills fosse casuale? Ma ammazzatevi. Era novanta e fatti, novanta e cose, tutto molto novanta. Come Kelly e quel bistecca di Dylan. C’è modo più letale per inzupparsi senza scafandro nel mondo dei ‘90 se non quello di ripercorrere anno per anno tutte le uscite che conta(ro)no nel mondo discogra(n)fico? No. Cliccate qui per trovare le puntate precedenti.
Figo già dal nome, il 1993. “Novantatre” suona benissimo. Suonavano bene anche i miei ventitre anni, di sicuro meglio dei futuri trentatre di cristiana memoria. Suonava bene quindi pure il duemilaetre, è proprio una questione di tre. Poi del 1993 ricordo pure i numeri di Game Power con l’annuncio del Project Reality, quindi vabbé aiuta. Ma quel che aiuta di più è la selezione musicale, ricca appena uno zinzino meno di quella del 1991, del tutto paragonabile a quella del 1995.
Ma ora diciamo le cose come stanno: i fantastici anni ’90 sono “i fantastici primi cinque anni ’90″, mica proprio tutti eh. Quindi non crediate che a ogni giro/anno si sia qui a menarsi il torrone, che poi si perde d’impatto e di credibilità, nell’infausto caso ce ne sia mai stata una. Sulla credibilità del 1993 in quanto esponente della Grande Famiglia degli Anni Superbellissimi, invece, non voglio sentir nessuno aprir becco o bocca.
Quando già a gennaio succedono due fatti rilevanti (per quanto inutili) del livello di: viene stampato il primo francobollo dedicato a Elvis e i Cream si riuniscono in occasione del loro “ingresso” nella Rock’n Roll Hall of Fame… dicevo, quando già si parte così, le possibilità che ci sia un sacco di gioia negli undici mesi che rimangono sono tante. E non verranno deluse.
Per cominciare una novità gustosissima e tagliata sottile: una playlist con una canzone per ogni disco selezionato qua sotto. Così ve la sentite mentre leggete e ve la vedete dopo. Perché, dove possibile, sono stati scelti i singoloni con tanto di video. Che fa ancora più retrò. Cliccate qui per regalarvela.
Prima i debuttanti o i ritornanti? Meglio aprire coi super-ritornanti o i quasi morenti? Vada per la prima, i bei debuttanti. Belli come i capelli (ma almeno allora erano suoi?) di Adam Duritz, che con i Counting Crows si fa conoscere in autunno attraverso lo splendido e in qualche modo anacronistico “August and Everything After”: nel 1994 diventerà un successo imprevisto e tutto meritato. Tempo di ricordarsi di “Mr. Jones” (sempre lei, cheppalle, regalatevi della Baltimora) ed è già Islanda: abbandonato il suo ormai ex-gruppo, Miss Bjork si improvvisa fatina psicolabile con “Debut”. Non sarà maturo e rifinito e convincente come i due dischi successivi, ma è di “debutto” fin dal titolo quindi non è che gli si possa chiedere la perfetta perfezionissima. Quel che c’è basta e avanza per segnarsi un nuovo nome da seguire da lì e per dieci anni (circa, fino a quella sbobba di “Medulla” – 2004). Per la prima volta in scena anche gli Afghan Whigs di cui questo poliedrico blog ha parlato solo ieri: Dulli e amichetti si fanno conoscere con “Gentlemen” e la sua copertina che ora farebbe gridare allo scandalizzato fastidio. Quel che conta è che il disco fosse un bel disco e avesse qualcosa di diverso da dire: obiettivi centrati in pieno.
Sullo stesso piano di “Debut” va idealmente messo anche “Pablo Honey”, primo lavoro dei Radiohead. E se la copertina proprio è di un brutto che manco riesce a fare il giro e i capelli di Yorke sono talmente oltre il cattivo gusto che diventano leggenda (nell’accezione peggiore del termine), perlomeno dentro ci sono tanti spunti e tante chicche. A oggi, e a insindacabile parere di chi scrive, “Pablo Honey” è il disco meno riuscito dei tizi di Oxford, distaccato di svariate incollature… è altrettanto vero che di materiale da ascoltare e studiare ce n’è. Tutti segni e indicazioni di quel che sarebbe successo entro i quattro anni successivi (tra “The Bends” e “OK Computer”). Anzi, famo che se proprio vi interessa rivalutare l’album, lo riascoltate leggendovi “Radiohead – la storie e le canzoni” del Dott. Doheny.
Il primo gruppone (i nuovi arrivi) si congeda accogliendo tra le sue saponate braccia anche i californiani Offspring, che con “Ignition” (tralasciamo il fatto eponimo precedente) raggiungono i negozi e dicono addirittura qualcosa di valido. Prima di mettersi alla scrittura di qualcosa di validissimo (“S.M.A.S.H.”) e prima di implodere velocemente (“Tutto il Resto”) (edit: no, fallimenti, il disco è del 1992. Sob!).
Giro di boa quindi e nuovo capitolo: i ritornanti. Quanto dramma… i post lunghi sono noiosi, internet non è fatto per i testi slungaccioni. Non c’è altro modo però. Che sennò che fai? Lasci fuori la seconda discesa in campo di PJ Harvey (“Rid of Me”) o addirittura quello scrigno di lusso che è “Modern Life is Rubbish” dei Blur? Il rischio è di perdersi per strada “For Tomorrow” od “Oil Water” (degli inglesi), o anche la sola “Snake” (per Polly Jean). Non si fa.
I volatili più imponenti, però, sono quelli che iniziano a lanciarsi immortali quando si parla di almeno due altri ritorni, di quelli da tremarella: Pearl Jam e Smashing Pumpkins. I tizi di Seattle confezionano “Vs.”, un album che rimarrà un unicum nella discografia dei nostri: ci sono episodi più divertiti che solari, divertiti di quel divertimento stupido e straniante se si pensa al disco che verrà (“Vitalogy”). Se Vedder si permette di gridare “drop the leash / we’re young” (da “Leash”), vuol dire che è un Vedder che non troveremo mai più. E vale solo col famoso senno di poi, okkei, figurarsi. In mezzo una cascata di amore da musicisti appassionati, forse per zittire chi voleva il cosiddetto grunge guidato da bande di incapaci. Ah, e comunque “W.M.A.” basta e avanza per comprare il disco quattro volte, se poi incidentalmente ci metti anche il fatto che di pezzi dello stesso livello ce ne sono altri dieci circa…
Più a est, precisamente nella sua solita Chicago, Corgan ha tagliato i capelli e ora sembra un bravo ragazzino. Solo un filo chiazzato sul braccio sinistro e decisamente poco felice di essere al mondo. Tutte ottime scuse per dare l’imprimatur a “Siamese Dream”, sessanta minuti che se non ci fossero io ora sarei alto dieci centimetri in meno. Decine di strati di chitarre, violenza psichedelicoesplosiva, esagerata e benedetta convinzione nei propri mezzi, maglioni inguardabili: tutto concorre a creare un disco ricco e caratteristico come pochi della sua epoca (o anzi, come tanti, per questo ci piacciono quei benedetti novanta’s). Miracolo nella terra delle Zucche.
I doppiamente ritornanti, quelli che non sono al secondo disco ma (ben che vada) al terzo, si difendono con una robetta da poco, di quelle che se questo post non vi avesse ricordato che era esistita, ve la sareste già scordata da tempo. “In Utero”. Dei Nirvana. O, per meglio dire, “quel che succede quando lasci a un illuminato fattone la quasi* totale libertà creativa“. Ma anche “come reagisce un illuminato fattone alla sua stessa conquista del mondo”. E come reagisce? Con un disco ruvido, incazzato come un’ape che s’è mangiata un’anguilla, pestato da dieci fabbri o sussurrato da un ragazzetto ridotto al formato pelle e ossa. La cui produzione, affidata al guru del dramma-indie Steve Albini, precede di dieci anni buoni la produzione che si ritrova poi in dischi molto meno riusciti, ma che si definiscono (oggi) “attuali/nuovi/moderni”. “Nevermind” è un punto e un cardine attraverso cui non si può fare a meno di ruotare (posto che ti interessi quella musica e blabla), ma “In Utero” è IL disco dei Nirvana. Che è un po’ come dire, per il padrone di questo blog, che è IL suo disco… almeno a metà (vedi alla voce “1995″).
Pant, fiatone. Quanti me ne mancano? Almeno due degnissimi di nota: “Songs of Faith and Devotion” (Depeche Mode) e “Zooropa” (U2). Del secondo ha parlato Babich molto meglio di quanto possa fare io. Non sono del tutto d’accordo con Trieste, ma comunque a sufficienza per linkarlo e sostenerlo con amore. “Songs of Faith and Devotion” invece? Non ce la faccio, sono andato troppo lungo. Non è “Violator”, ma questo tutto sommato è anche un difetto piuttosto stronzo da ascrivergli. Facciamo così: c’è “In Your Room” (e non è la sola), basta e avanza. Asciugamano per me, tastiera per Palletta (e invece no: dopo più di una settimana di attesa, la proprietaria dello Zucchero Filato Nero non è riuscita ancora a produrre la sua parte. “Troppo lavoro”, dice… e quindi aggiorneremo in un secondo momento, NdZave).
* le leggende vogliono che il primo master del disco sia stato rifiutato dalla Geffen perché troppo selvaggio. Fate due calcoli.
P.S. ho lasciato fuori “Get a Grip” degli Aerosmith nonostante gli ovvi meriti visivi, quelli ben esposti nei vari video belli pieni di Alicia Silverstone e Liv Tyler.
ZUCCHERO FILATO NERO
(A cura di Palletta)
Aaahhh! Paura! Spavento! Iniziano i pezzi grossi, quelli veri!
Mmm mmm mmm mmm (Crash Test Dummies)
E si inizia subito fortissimo, con il titolo peggiore della storia, il singolo più trapana-cervello dell’ultimo secolo (Lady Gaga è fuori concorso), la voce più bassa mai percepita dall’uomo, una copertina da volersi strappare gli occhi. Che se questo post lo avesse scritto il Ravanelli Zave avrebbe detto che “fa due volte il giro e finisce direttamente a fanculo”. Mezzo giro, a mio avviso, è sufficiente, che il retro è già più guardabile.
Ordinary World (Duran Duran)
Una delle canzoni più belle di tutta la storia dei Duran Duran non ce la becchiamo nei favolosi anni ottanta, ma all’inizio dei novanta. Peccato che sia finita inflazionata in qualche pubblicità di orologi, ma è splendida. E anche “Come undone” si difende benone (e adesso entro in loop saudade, vado a mettere su anche “Save a prayer” e mi scarico “Sposerò Simon Le Bon”. Qualcuno provveda a ossigenarmi i capelli e a regalarmi uno zainetto Invicta, presto!).
What’s up (4 Non Blondes)
L’album che contiene questo singolo, in realtà, è uscito nel ’92 ma, com’era giusto che fosse, nessuno se l’è cagato di pezza. Il singolo in questione, invece, è stato pubblicato come tale nel 1993, ottenendo un successo che fatico tutt’ora a spiegarmi. Fatto sta che è diventato un pezzo irrinunciabile nel repertorio di qualsiasi cantantessa da quattro soldi che volesse tirar su due soldi in un pub (il repertorio verrà aggiornato nel ’97 con Anouk).
The Gift (INXS)
Niente da dire. Questa la infilo perché mi piace e perché la ascoltavo abbastanza spesso ed è indissolubilmente legata all’anno in oggetto.
Su e giù (Vernice)
E provvediamo subito a scivolare nella tristezza più triste, che finora c’è anche andata di culo. Gruppo romano de Roma, che tira fuori canzone con titolo ambiguo e che fa abbastanza cagare. Ovviamente verrà spazzata via da…
Tocca qui (Articolo 31)
Ma sì, io nel ’93 c’avevo 14 anni e se ascoltavo una canzone che era tutta un’allusione sessuale mi veniva da ridacchiare. Ortogonale!
Nord su Ovest Est (883)
Ok, avevo detto che il primo album degli 883 deve esservi piaciuto per forza. Ecco, anche il secondo. Nello specifico questo resta uno dei singoli più estivi e spensierati che mi vengono in mente, complice anche il fatto che i miei avevano iniziato a farmi uscire dopo cena e potevo andare alle feste in spiaggia la sera (/cazzi miei OFF).
Relight my fire (Take That)
E anche questa volta eravate stati avvisati. I cinque bambocci si sono ormai conquistati un posto fisso nelle camerette di ogni adolescente che (non) si rispetti. Si sono anche un po’ ripuliti da quell’alone di pezzenteria ma a noi piace ricordarli così:
Sweet Harmony (The Beloved)
Quando il proprietario del blog ha avuto l’insana idea di presentare la raccolta So Novanta’s parlando di “Beverly Hills”, ha irrimediabilmente spalancato le porte dell’inferno ricordandomi questa canzone, che riassume abbastanza bene l’incapacità del pop dei primi anni ’90 di liberarsi di alcune formule del decennio precedente. Il collegamento con i telefilm dei ggggiovani è ovviamente “Melrose Place”.
Linger (Cranberries)
Ovviamente si avrà modo di parlare diffusamente di loro per “Zombie” (1994), ma questa resta la mia canzone preferita dei Cranberries. La trovo tutt’ora deliziosa, anche se è a un passo dallo sconfinare nell’eccessivamente smielato. Sarà che a 14 anni ero più romantica.
What is Love (Haddaway) – All that she wants (Ace of base)
Questi li metto insieme che scrivere due voci diversi mi pare proprio una vergogna. Ciò non toglie che erano la colonna sonore ufficiale dei momenti unz del 1993. Se capitate in qualche serata sfiga milanese in cui si fanno gli aperitivi e parte il revival anni novanta, una di queste due ve la beccata di sicuro in faccia. Avvisati.
Vota il 1993!
(Scegliamo con la democrazia che ci è propria il migliore dei Novanta’s)
La spesa del 1993
(Per chi vuole recuperare e non c’ha la voglia di leggere il post)
Gentlemen (Afghan Whigs)
Debut (Bjork)
Modern Life is Rubbish (Blur)
August and Everything After (The Counting Crows)
Songs of Faith and Devotion (The Depeche Mode)
In Utero (Nirvana)
Ignition (Offspring)
Vs. (Pearl Jam)
Rid of Me (PJ Harvey)
Pablo Honey (Radiohead)
Siamese Dream (The Smashing Pumpkins)
Zooropa (U2)
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.
Mmm, grazie a dio ho pochissime foto mie, anche e soprattutto dell’epoca. Diciamo che dopo i dieci anni ho imposto un certo distanziamento dei parenti macchinafotografica-dotati. Però tieni ragione, almeno una foto senza vergogna, a un certo punto, andrebbe messa. Ne devo avere una con un guanto di pelle da tarro e un pad del Megadrive in mano, da qualche parte.
Altro anno incredibile per la mole di roba bella e importante che è uscita. Il mio preferito è quel capolavorone di Scenes from the Second Storey dei God Machine, disco di una bella dolorosa e immortale.
Altri dischi oltre a quelli citati dal buon Zave:
Slowdive – Souvlaki (struggenti madrigali immersi in un oceano di feedback)
Grant Lee Buffalo – Fuzzy (tradizione americana e modernità a braccetto)
Dinosaur Jr. – Where You Been (dopo You’re Living All Over Me, il loro migliore)
Arcwelder – Pull (Husker Du meets Mission of Burma but waaaaay more poppier)
Quicksand – Slip (i Black Sabbath in versione emocore)
Orbital – Brown Album (tra ritualità techno e struggimento adolescienziale)
Autechre – Incunabula (il GRIGIUM che sforna uno dei suoi capolavori)
Sabres of Paradise (techno e dub che fanno l’amore courtesy of Andrew Weatherall)
Buffalo Tom – Big Red Letter Day (quando uno sa scrivere canzoni della marianna)
Moster Magnet – Superjudge (mostro stoner che è sviaggio assicurato)
E basta che sennò non mi fermo più… Ah, ma gli Afghan Whigs prima di Gentlemen avevano fatto altri tre dischi!
Comments
Se volessi veramente essere onesto, con ‘sta roba, aggiungeresti un pezzo, con tanto di documentazione fotografica, su “com’ero io nei novanta”.
Altro che Take That.
Mmm, grazie a dio ho pochissime foto mie, anche e soprattutto dell’epoca. Diciamo che dopo i dieci anni ho imposto un certo distanziamento dei parenti macchinafotografica-dotati. Però tieni ragione, almeno una foto senza vergogna, a un certo punto, andrebbe messa. Ne devo avere una con un guanto di pelle da tarro e un pad del Megadrive in mano, da qualche parte.
Altro anno incredibile per la mole di roba bella e importante che è uscita. Il mio preferito è quel capolavorone di Scenes from the Second Storey dei God Machine, disco di una bella dolorosa e immortale.
Altri dischi oltre a quelli citati dal buon Zave:
Slowdive – Souvlaki (struggenti madrigali immersi in un oceano di feedback)
Grant Lee Buffalo – Fuzzy (tradizione americana e modernità a braccetto)
Dinosaur Jr. – Where You Been (dopo You’re Living All Over Me, il loro migliore)
Arcwelder – Pull (Husker Du meets Mission of Burma but waaaaay more poppier)
Quicksand – Slip (i Black Sabbath in versione emocore)
Orbital – Brown Album (tra ritualità techno e struggimento adolescienziale)
Autechre – Incunabula (il GRIGIUM che sforna uno dei suoi capolavori)
Sabres of Paradise (techno e dub che fanno l’amore courtesy of Andrew Weatherall)
Buffalo Tom – Big Red Letter Day (quando uno sa scrivere canzoni della marianna)
Moster Magnet – Superjudge (mostro stoner che è sviaggio assicurato)
E basta che sennò non mi fermo più… Ah, ma gli Afghan Whigs prima di Gentlemen avevano fatto altri tre dischi!