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Zeros – 2009: Them Crooked Vultures

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

Mai presi a bastonate dopo essere stati infilati nel sacco di iuta di “Scumbag Blues”? Mai ipnotizzati dalla girandola di “Bandoliers”? Mai partecipato alla serata a biliardo finita orribilmente male di “No One Loves Me, Neither Do I”? Mai provato a fermare il carro armato in piazza durante la guerra civile di “Elephants”? Mai stati testimoni del bagno di sangue di “Caligulove”? Insomma: mai ritrovati a dover essere testimone dei quasi settanta minuti dei Them Crooked Vultures?
Chiamatelo supergruppo, se volete. Ma solo se volete menare sfiga, ché l’etichetta è di quelle che portano una scalogna micidiale. D’altronde, e tornando alla traccia cinque, far finta di non vedere l’elefante che sta nella stanza sarebbe davvero fargli un torto, all’elefante. Quando, arrivati ai credits, passano i nomi di John Paul Jones, Dave Grohl e Josh Homme chiunque potesse far finta di voler pensare solo alla musica del (ahiloro) supergruppo, non può fare a meno di far cadere la maschera. Quando a riunirsi sono un bassista, un batterista e una chitarra/voce che, ognuno nel proprio tempo, han fatto storia… allora è difficile slegarsi dalle aspettative.

“Them Crooked Vultures”, nel senso del disco, è però un album che prova anche ingenuamente a fregarsene. Non che i tre rinneghino il proprio passato o la propria (sentite qua!) cifra stilistica, tutt’altro. Quel che è certo è che invece se ne fregano di dover dimostrare alcunché a chicchessia. Che è un po’, volendo, il limite di un album leggiadro come i balzelli innocenti di un rinoceronte ubriaco.
Mesi di ascolto non servono a farsi un’idea precisa dell’opera prima dei nostri, nel frattempo già vergognosamente al lavoro sul “seguito”. Perché non è un disco da amare con lo stesso amore di un “Led Zeppelin IV”, di un “In Utero” o di un “Songs for the Deaf”. “Them Crooked Vultures” è un romanzo epico in tredici capitoli, una sorta di Fratelli Karamazov o un Guerra e Pace: qualcosa di molto russo e molto granitico, in cui ogni pagina è scritta per il godere principale dei tre autori.
Nonostante il numero pressoché infinito di riff abili & arruolabili per un singolone di successo, è la compattezza da monolite di Arthur C. Clarke a rimanere fissa nelle tempie al termine dell’ascolto numero ottomila e dodici. Possente nell’articolarsi e districarsi attraverso i migliori passaggi à la Page da che Page non si preoccupa più di farli, è ovvio che i Them Crooked Vultures siano il total-mod anni 2000 dei Led Zeppelin. Non che questo tolga un’unghia di personalità a Homme e Grohl. Sono proprio i due ex-giovanotti a non aver mai fatto mistero, tanto in sala di registrazione quanto di fronte ai microfoni, della spassionata passione per il gruppo che fu di John Paul Jones.
E se questi tre non hanno nulla da dimostrare, vuol dire anche che l’album è senza compromessi. Dove per compromessi magari si intenderebbe qualche limatura qua e là, se non proprio l’eliminazione di un paio di pezzi. Non perché non all’altezza, ma semplicemente per il gusto di mantenere un maggiore dinamismo, un po’ di velocità di scorrimento extra (i potenziali sacrificabili sarebbero “Dead End Friends” e “Warsaw”). Determinati nel rendere il loro soggiorno in sala d’incisione il più divertente possibile, gli avvoltoi non sembrano però interessati a sorvolare carcasse nuove: il mix è interessante, spesso esaltante, a tratti estasiante, ma raramente suona davvero imprevedibile.
Il che non è per forza un male quando ciò che hanno di prevedibile i figuri sopra citati, una volta uniti, è solo la certezza di classe, potenza, abilità, ingegno e due tonnellate di serio rock’n roll dall’anima blues. E in quest’ottica citare una, due o tre canzoni particolarmente riuscite, sarebbe come chiedere a Gamera di combattere la Madonna del Pellegrino di Fatima. Inutile.

Gli altri classificati:
Un buon anno, il 2009. Tra gli episodi più riusciti e interessanti: il ritorno alla forma della Dave Matthews Band (“Big Whiskey and the Groogrux King“), la ricomparsa stilosa vintage degli Alice in Chains (“Black Gives Way to Blue“), il concept album dei Decemberists (“The Hazards of Love”), lo spazio acidulo dei Depeche Mode (“Sounds of the Universe“), il barbone graffiante degli Eels (“Hombre Lobo”), la splendida natura sotto ghiaccio di Fever Ray e il controllo delicato dei Gomez (“A New Tide“). Ma anche il solitario romanticone Julian Plenti (“…is Skyscraper“), la potenza retrò dei Pearl Jam (“Backspacer“) e la pubblicità migliore del mondo dei Royksopp (“Junior“), senza dimenticare il ritmo tornato incalzante degli U2 (“No Line on the Horizon“) o la classe senza tempo dei Sonic Youth (“The Eternal”). Fuori classifica perché non se la sono meritata: Air (“Love 2“), Tori Amos (“Abnormally Attracted to Sin”), Weezer (“Raditude”), Placebo (“Battle for the Sun“) e Dead Weather (“Horehound”). Gran bell’anno!

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

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