So Novanta’s: 1995

Novantaduecentodieci: siete tra i miscredenti certi che lo zip di Beverly Hills fosse casuale? Ma ammazzatevi. Era novanta e fatti, novanta e cose, tutto molto novanta. Come Kelly e quel bistecca di Dylan. C’è modo più letale per inzupparsi senza scafandro nel mondo dei ‘90 se non quello di ripercorrere anno per anno tutte le uscite che conta(ro)no nel mondo discogra(n)fico? No. Cliccate qui per trovare le puntate precedenti.
Intro: come sempre siete invitati a far partire la playlist dedicata per allietare la lettura.
O: della storia di un topo in gabbia, nonostante tutta la rabbia. E che palle, sempre lì si finisce. Dire che ne ha ventotto di pezzi, il terzo disco degli Smashing Pumpkins, per chi scrive il migliore del suo anno. Per chi scrive forse il migliore e basta. Si chiama “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, è arrivato con una di quelle confezioni da doppio CD che sembravano già ampiamente in disuso* e portando con sé tutto un immaginario vestito a festa (o a lutto) da illustrazioni che, senza troppi giri di parole, puntavano al grande album tematico anni ’70. E a Foxtrot dei Genesis, con quegli animaletti buffi che o sono sugli Scottex, o sono sui rispettivi “libretti” dei dischi appena citati.
Il 1995 è l’anno del reset definitivo, quello già avviato nella stagione precedente. Il grande rimbombo è ancora evidente, l’eco si fa continuamente strada dalle tv “per i giovani”, alle radio. Dai sociologi che provano a tirar sù due lire, a scrittorini improvvisati che inondano gli scaffali di trattati sulla bruciante generazione X che si è già spenta in una dependance di Seattle. Questo per quanto riguarda la roba di poco conto.
Quella che, invece, ha un senso, è ancora tutta dentro ai solchi dei migliori dischi di quell’anno. Un anno diviso a metà, tra la scena musicale che continuava verso la sua strada o nuove strada e l’altra scena, quella fatta di chi arrivava fuori tempo massimo a imitare le band di quel nord-ovest florido per una manciata di anni.
Per questa e solo per questa volta, almeno fino alla prossima, si procede in senso alfabetico. Un ordine preciso che così viene più facile lasciare quasi in fondo la melancolia con cui si è aperto. In cima all’elenco degli acquisti di quel 1995 c’è l’album di debutto dei milanesi Afterhours. Sì, c’è scritto “album di debutto”. No, non tengo conto di quelli inglesi per mia personale scelta. Sì, con gli anni verrà più facile scoprire che in “Germi” Agnelli, Rondo & Co. fanno all’incirca lo stesso mestiere dei Ritmo Tribale. Ma sai chissenefrega? Stupido, arrabbiato, arrogante e infiammabile, “Germi” è ormai vecchio da far schifo. Ma uno schifo di quelli che riascolti perché “si stava meglio quando si stava schifo”, o giù di lì.
“Jagged Little Pill” è invece l’opera prima di Alanis Morissette. Sì, ho scritto “opera prima”. No, non tengo conto degli enne dischi precedenti inzuppati di ignobile discodance fine ’80, primi ’90. Sempre per mia blabla scelta blabla personale bla. Al contrario dei suoi fratellastri disconosciuti, “Jagged Little Pill” è un perfetto album di pop-rock, fatto per scalare le classifiche di vendita, ma con gusto naif incapace di scadere nell’ignobile costruzione a tavolino. Fatto anche per vivere in simbiosi col simbolino di MTV, difatti ce la fa. Quando arriva in Europa c’è già la stampa statunitense che inneggia alla giovane canadese come alla nuova, grande, promessa del rock al femminile. Ce la farà per un paio di album e qualche altre singolo.

Meno allegrotto e di sicuro più deprimente è il terzo e conclusivo capitolo in studio degli Alice in Chains. Sì, ho scritto conclusivo. No, non tengo conto dell’opera del 2009. Cioé sì, ok, se ne tiene conto. Ma questi del 1995 sono gli ultimi veri Alice in Chains, naturalmente quelli di Layne Staley. “Alice in Chains”, nel senso del disco omonimo, parte onesto fin dalla copertina, con quel povero cane azzoppato. Azzoppato era anche il gruppo, con Staley sempre meno affidabile e Cantrell “costretto” a cantarsi un numero significativo di pezzi.
Come tutti i dischi imperfetti ma esplosivi di anima e cuore, “Alice in Chains” viene fuori sul lungo periodo. Quando ti va bene che non sia ancora infarcito di metal come “Facelift” e di certo è passato il tempo del leccatissimo (e splendido) “Dirt”. Da applausi sempre e comunque.
Ma per chi metaforicamente (almeno per qualche anno ancora) muore, c’è chi nasce. Bjork, la nana dall’inquietante carica sexy islandese (che grazie al cielo sta perdendo) lascia gli amici di quell’altro gruppo dal nome impronunciabile (o era pronunciabile?) e si mette in proprio. Ne viene fuori prima un “Debut”-to promettente e poi un “Post” che in effetti è molto post. È “post”-unsaccodicose. Forse già post-rock. Forse già post-pop se fosse mai esistito. Il problema, comunque, è sempre quello: i generi come etichette devono morire in un fosso di acido e Bjork è semplicemente una che fa casino con una voce strepitosa e un innesto di elettronica che influenzerà il resto del decennio. In quel 1995 è ancora troppo presto per arrivare alle malattie mentali moderne dei vari “Medulla”, quindi si limita a prendere il rock che le piace e a costruirci sopra un disco di sorprendente maturità e completezza.

Piccolo fuori programma, per arrivare ai Blur di “The Great Escape” si può anche tagliare qualche angolo e appiccicargli vicino gli Oasis di “What’s the Story (Morning Glory?)”. Escono pressoché in contemporanea prima dell’autunno e rappresentano lo zenith della battaglia tra brit-pop band che, già allora, iniziava a farsi particolarmente stucchevole. Era, tutto sommato, un incrocio di peni (pardon) creato e voluto più dai tabloid e da Top of the Pops, piuttosto che da Albarn o dai Gallagher. Quel che conta è che il 1995 serve come anno spartiacque per entrambi: i due dischi sono ottimi, meglio il secondo degli Oasis, che celebra con più ballate e qualche spunto da vero Beatles-maniaco una compilation di successi. La grande fuga dei londinesi, invece, è strepitosa in quanto disco di maniera, di quella maniera, quella che tutti si aspettavano. Ma sacrifica, almeno in parte, l’estro e la capacità di sorprendere dei quattro, che d’altronde (e a differenza degli Oasis) alle spalle avevano già un certo catalogo. Dopo il 1995 gli Oasis non riusciranno mai più a ripetersi a quei livelli e i Blur decideranno di non volerci neanche provare, infilandosi in una seconda metà di carriera di rara ispirazione e beltà. Ottimo!

Non hanno problemi di carriera, invece, i Chemical Brothers che debuttano con “Exit Planet Dust”. Sono gli alfieri del movimento club/dance/house/sarcacchio, decisi a far sventolare alte le bandiere del loro popolo che ha vissuto nelle cantine e nei localini luridi e bui fino al giorno prima. Escono dal pianeta della polvere e dicono all’industria discografica che ci sono anche loro. “Three Little Birdies Down Beat” basta e avanza per uscire e comprarlo in duplice copia.
Le cose iniziano a farsi pesanti, siamo a 6500 caratteri e di dischi ne mancano ancora. Per esempio “King for a Day, Fool for a Lifetime” dei Faith No More. Tutti vogliono “Angel Dust Part 2″ e loro tirano fuori qualcosa di decisamente più arzigogolato e divertito. E di sicuro più al passo coi tempi e meno autocelebrativo. Se fosse esistito “Angel Dust 2″, oggi sarebbe difficile parlarne bene. Di “King for a Day”, invece, è facile rimanere ancora innamorati. Un po’ come con “Foo Fighters“, il debutto di un Dave Grohl troppo giovane per abdicare dopo la fine dei Nirvana. Essenziale, squinternato, ruvido e giovanissimo, è un album come a Grohl non capiterà più di riuscirne a fare. Purtroppo. E forse nemmeno a PJ Harvey è riuscito di replicare l’efficacia di “To Bring You My Love”, che la consacra definitivamente in un anno che va via via confermandosi come dorato per le voci femminili. Tre modi differenti di rappresentare il rock secondo l’altra metà del cielo: Polly Jean è quella sicuramente più americana, anche perché unica delle tre fino a qui citate.
Americana almeno quanto i Red Hot Chili Peppers che, in un certo senso, si trovano nella stessa fase dei Faith No More. E che con “One Hot Minute” replicano la scelta di Patton e soci. Nessun bis per “BloodSugarSexMagik”, ma semplicemente un suono più potente e una produzione più attenta alle abilità del gruppo e alla voglia di un rock a tratti irresistibile, a tratti possente, a tratti molto Dave Navarro (che sostituisce per la prima e unica volta Frusciante). A tratti molto “Deep Kick”, che ascolti quella e poi ti chiedi che diavolo abbia la gente da rompere quando si parla di “One Hot Minute”. Eclatante nella sua imprevedibilità.

I Radiohead, intanto, sono già morti ma nessuno lo sa. Se ne escono con “The Bends” e in Inghilterra sono già pronti coi titoli: “sono arrivati i nuovi U2“. Il disco, in effetti, è il capolavoro di rock in senso classico e molto nineties di Yorke e degli altri oxfordiani. A quindici anni di distanza non ha perso una tacca di smalto che sia una, ma da lì sarebbe stato difficile proseguire senza ripetersi. E quindi “OK Computer”. Intanto “The Bends” trascina avanti il discorso UK, già alla ricerca di qualcosa da proporre per rinfrescare le classifiche dato che ‘sto fatto del brit-pop mica lo possiamo portare avanti per cinque anni di fila, figurarsi dieci. Allora, per variare, valgono anche i ragazzini idioti che rispondono al nome collettivo di Supergrass e con “I Should Coco” firmano uno dei debutti più apprezzati nell’epoca recente in terra d’Albione. Si scioglieranno solo nel… cioé, ieri. Tipo ieri, nel 2010.
La chiusura è per chi aveva aperto: “Mellon Collie and the Infinite Sadness” è un doppio album che col 1995 ha poco a che fare. Come sempre ha dimostrato la band di Corgan. Qui al suo massimo in quanto a produttività: ventotto tracce, ennemila maxi-singoli ed EP, innumerevoli b-side, anche di grande prestigio, che andranno poi a raccogliersi in un cofanetto un anno più tardi. Gli Stati Uniti impazziscono, l’Europa segue convinta. Nessuno dovrebbe voler così bene a un’opera che degli anni novanta ha un po’ di pedali delle chitarre e la voce nasale e agguerrita o nasale e depressa o nasale e melodiosa, pur sempre nasale.

Tutto il resto è un meltin’ pot di anni ’70 e chissà che altro. Di epica rock e sensibilità pop. Ci sono tutte le influenze del lungagnone di Chicago: dai Pink Floyd ai Black Sabbath, dai Cure ai Cheap Trick. C’è tutta una giornata, dall’alba alla luce delle stelle. C’è l’inossidabile potenza e l’estro jazz della batteria di Chamberlin. Ci sono, addirittura, le voci e le canzoni di James Iha e i cori di D’Arcy. Un universo maleducato o raffinatissimo, un volerci provare a tutti i costi anche quando potrebbe essere troppo. Nessun calcolo, solo il flusso creativo con splendida punteggiatura. Chi per sbaglio capisce che quello è il disco che fa per lui e quello è il gruppo capace di mettere in musica quei modi di sentirsi, è fregato a vita.
Chi incrocia e sorride a “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, non ne esce vivo. Anche quindici anni dopo, in un ufficio con la maglietta a maniche lunghe dell’anti-eroe Zero. Come ha chiamato il suo gatto. Certa gente non sa dove stia di casa la vergogna, ma sa dove sta di casa tutta una fetta della sua vita.
* solo negli USA, da noi c’era la “nuova” versione del case per due CD, quella magrina.
P.S. Ero già abbastanza depresso e ho deciso di non citare il pesantissimo album dei Mad Season (“Above”). I Garbage rimangono fuori perché non so che pensarne (anche se l’album di debutto non era affatto male, anzi).
ZUCCHERO FILATO NERO
(A cura di Palletta)
In arrivo, si spera.
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VOTA IL 1995!
(Scegliamo con la democrazia che ci è propria il migliore dei Novanta’s)
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LA SPESA DEL 1995
(Per chi vuole recuperare e non c’ha la voglia di leggere il post)
- Germi (Afterhours)
- Jagged Little Pill (Alanis Morissette)
- Alice in Chains (Alice in Chains)
- Post (Bjork)
- The Great Escape (Blur)
- Exit Planet Dust (The Chemical Brothers)
- King for a Day, Fool for a Lifetime (Faith No More)
- Foo Fighters (Foo Fighters)
- HIStory (Michael Jackson)
- (What’s the Story) Morning Glory?
- The Bends (Radiohead)
- One Hot Minute (Red Hot Chili Peppers)
- Mellon Collie & the Infinite Sadness (The Smashing Pumpkins)
- I Should Coco (Supergrass)
- To Bring You My Love (PJ Harvey)
- Washing Machine (Sonic Youth)
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zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.


Comments
Certa gente non sa dove stia di casa la vergogna, ma sa dove stia di casa tutta una fetta della sua vita.
Quasi commovente.
I primi tre immensi album degli Smashing avrebbero bisogno di una pesantissima rimasterizzata (e forse nemmeno basterebbe) esattamente come io ho bisogno di respirare :) Suonano troppo piatti…
David: quasi capisco quel che intendi. Ma quasi ti sto per bannare. Siamese va bene così, Mellon qualcosa si potrebbe fare, idem Gish. Comunque pare che il problema sia in Virgin (o chi controlla ora quel che fu di Virgin Music) che non vuole cedere il materiale originale a Corgan. Aveva già messo in cantiere, Corgan, una versione super deluxe remaster con ennemila inediti/rarità per Gish. Poi non ha potuto farci nulla.
Mmh questa della Virgin non la sapevo. Maledetti. Però continuo a vederla abbastanza diversa da te, e credo che anche a Siamese Dream potrebbe giovare non poco una bella curetta a base di tecno’oggia.
In ogni caso non insisto nel contraddire il padrone di casa: un ban mi riempirebbe di Tristessa :(
David, già che ci siamo mi permetto di autopromuovere questo: theteargarden.wordpress.com.
Ottimo! Lo seguirò. Una piccola precisazione: il locale è il Viper Room, quello dove è morto River Phoenix per overdose (al tempo Johnny Depp era uno dei proprietari).
Yep, visto, accorciavo a Viper per scazzo personale. :P
Il giorno 02/lug/2010, alle ore 19.20,
Fabio, per curiosità mi sono scaricato i master di Cherub Rock (trafugato da Rock Band) e ho partorito questa: http://www.megaupload.com/?d=ZSG85QXP
Fai un ascolto comparato del mio approssimativo “remix” fatto in 15 (quindici) minuti di Audacity e dell’originale, poi magari mi dici se pensi ancora che “Siamese va bene così” :D
Fabio stocazzo, ti chiami Mattia :) Sorry per il lapsus :D
David: sto scaricando e poi ascolto. Ti preannuncio che io, a parte veri drammi, sono di bocca buona. Detto questo, oggi come oggi Siamese va bene così. Se poi ne potesse esistere una versione che renda ancora maggiore giustizia al lavoro in studio, tanto meglio. Comunque pare che, perlomeno, Pelatone abbia ricominciato a lavorare sulla pubblicazione di roba pre-Gish (notizia twittata a inizio settimana/fine della scorsa).
David: a me (con Foobar) suona distorto in maniera particolarmente fastidiosa, ma si sente che ovviamente è molto più pulito. Molto pulito. Per mio gusto troppo pulito, sembra un lavoro da chirurgia plastica, anche se apprezzo dei pezzi di batteria di cui non credo d’essermi mai accorto prima d’ora. Anche gli “equilibri” mi paiono un po’ persi (voce troppo in primo piano, basso troppo nascosto), ma d’altronde erano quindici minuti di Audacity, quindi ci sta.
Maledizione, eppure l’abbiamo provato in tre persone (io sia con cuffie che senza) senza notare distorsioni troppo esagerate… forse devo rimandare il mio esame da cintura nera di Audacity.
Ottima notizia la pubblicazione del pre-Gish… che l’idea gli sia venuta quando ha sbattuto la testa svenendo sul palco? Un po’ in stile flusso canalizzatore…
Uh, io lo sento palesemente distorto, come quando piazzi il volume a 120% o cose simili.
Comunque la roba pre-Gish sta provando a lavorarla/pubblicarla da un paio d’anni, magari ce la fa. Secondo me no.
Mamma saura che capolavorone il terzo Alice in Chains. Disco di intensità, ispirazione ed efficacia superiori. Fonde nel migliore dei modi possibili le loro due anime (quella acustica R.E.M.iana e quella elettrica Sabbathiana) e consegna ai posteri uno dei maifesti di morte più sconvolgenti di tutta la storia del rock. Tra l’altro in quel disco riescono finalmente ad avere il suono giusto per la loro musica (pesante, distorto e marcio fino al midollo). Quel falsetto nasale carico di lascivia di Staley che appare e scompare tra un’armonia vocale Beatlesiana d Cantrell l’altra è PHEAR ai massimi livelli: un morto che non si sforza nemmeno più di far finta di cantare. Totale.
Ah: posso dirlo? Lo dico? Per me il vero capolavoro degli Smashing Pumpkins è Gish. Non avrà la “lucidità” di visione di Siamese Dream o l’ambizione e la padronanza dei propri mezzi espressivi di Mellon Collie, ma meeenchia che canzoni straordinarie! Per me è il punto d’incontro perfetto tra grunge americano e dream pop inglese.
Assolutamente d’accordo sul terzo degli Alice in Chains. In maniera simile e opposta a “In Utero”.