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If you need some fun Some good stereo gum Radio #1
Disintegration: dell'animismo
Smith sta per farsi mangiare, dal video di "Lullaby".
C’è una Alice di Lewis Carroll, una Alice di Walt Disney e addirrittura una Alice di American McGee. Poi ce n’è un’altra, quella di Robert Smith di Blackpool, Inghilterra che più Inghilterra si muore. La piccola esploratrice di una galassia di malattie mentali indotte è rannicchiata nell’angolo più profondo di una caverna, in una delle nottate spese nel mondo immaginario del suo Bianconiglio, quando il Bianconiglio è placidamente rintanato a dormire sotto due plaid e con la bolla al naso. Alice, invece, sta sperimentando la fase notturna dei suoi viaggi allucinati. O forse sono quelli del solo leader dei Cure, che voci più o meno confermate volevano in ampia fase allucinogena (chimica) in quel 1988/1989 in cui compone e propone ai suoi compagni di viaggio il materiale che andrà a costituire “Disintegration”.
Ma il successo non aspetta nessuno. Spesso sfugge, più raramente insegue: era quest’ultimo il caso di quei Cure. Quelli che sbancano con “Kiss me Kiss me Kiss me” tanto da rendere molesta la cosa al capellone con le scarpe dalla linguetta sproporzionata. Tanto molesta da innescare domande sul senso della vita e sul senso della vita da artista. E quando stiamo andando su questa tera. L’unico modo per riallacciarsi a quello che è il suo “popolo”, che Smith e i Cure stanno “nutrendo e crescendo” (parole sue), è un disco che si rinchiuda in se stesso e dimentichi le apertura e i dinamismi e l’eclettica duttilità dei tre baci. L’unico modo per sopravvivere è “Disintegration”. L’etichetta, soprattutto la controparte americana Elektra, partecipa scorata e impotente al primo ascolto di gruppo dell’album proposto dalla band. La certezza, loro, è che sarà un fallimento col botto. La certezza, loro dei Cure, è che sia un disco rispettoso della cifra stilistica e immaginifica del gruppo. La certezza, quella certa per davvero, è che tempo pochi mesi e “Disintegration” diventa l’album più venduto della loro carriera: tre milioni di pezzi piazzati, una canzone adatta a ogni languido romanticone con vista su fiori d’arancio (“Lovesong”, ovviamente), un giro di basso che infetta gli Stati Uniti (“Fascination Street”), un ragno di gomma che infesta gli incubi dei più giovani (quello di “Lullaby”) e quell’apertura straziante per magnificenza (“Plainsong”).
Dice Smith che lo stile, le idee e soprattutto il respiro di “Disintegration” nascono da qualcosa di diverso. Da richieste per colonne sonore di pellicole che non sono mai approdate a nulla. O meglio, sono approdate a un approccio più “spacey” da parte di Smith nella composizione e nella scrittura. Se in “Kiss me Kiss me Kiss me” si era capito che qualcosa del genere poteva funzionare (“The Kiss”), in “Disintegration” diventa addirittura il ponte tibetano su cui camminare con delicatezza e precisione per arrivare a godersi degli abbacinanti panorami che aspettano dall’altra parte.
Le copertine dei singoli di "Disintegration".
Più di un’ora di perfetto equilibrismo, in cui la potenza e l’ampiezza dei paesaggi sonori vengono ricercati e ricreati con un’efficacia e una precisione chirurgica. Non c’è alcuna concessione allo spettacolo in quanto tale, all’utilizzo sconsiderato e pomposo dei suoni: gli arrangiamenti prevedono l’utilizzo minimo necessario di quanto serve per arrivare a ottenere l’effetto desiderato. Eppure è un effetto corale, ampio, che circonda e abbraccia chi ascolta.
I trucchetti non sono trucchetti, ma necessità irrinunciabili e inderogabili: la voce di Smith che, succede in “Plainsong”, fa eco di se stessa, si sdoppia e si rincorre e suddivide in più strati, è la resa in musica di un sogno confuso. Tanto tormentato quanto pervaso da un’inspiegabile sensazione di serenità dei sensi. L’escalation inarrestabile di “Disintegration” (la canzone) è il punto di arrivo, una colonna che si schianta sul pubblico: sempre più vicina, sempre più monumentale, fino all’esplosione finale. Ed eventualmente allo splattamento degli astanti. Chi sopravvive ha ancora modo di abbandonarsi alla culla malinconica, delirante e soavissima di una nostalgia (“Homesick”) e di un ultimo sospiro in mezzo al bosco della valle del Tamigi che ha ospitato la registrazione dell’album (“Untitled”).
Come può credibilmente dirsi della buona parte dei migliori episodi musicali della storia della grande famiglia del pop-rock, “Disintegration” è la creatura che nasce per mille e uno motivi. Tutti contingenti, tutti essenziali. La scelta di rintanarsi in mezzo al nulla inglese, la scelta di farlo in autunno, i rimasugli degli esperimenti alle colonne sonore che mai furono, le battaglie intestine tra la band e il quasi-ex Lol Tolhurst, il ritiro monacale di Smith in una porzione della magione che lo scollega dal resto della compagine. Il suo ormai prossimo (di Smith) giro di boa dei trent’anni e la consapevolezza di dover creare ora, o mai più, l’album per cui dovrà essere ricordato.
“Disintegration” è la più imponente distesa di bruma, dai cui fumi nascono, uno dopo l’altro, dipinti palpitanti, di fronte a cui l’unico approccio è la resa indiscussa. Un’ora di sindrome di Stendhal capace di far ricredere anche sulle proprie convinzioni religiose: quel piccolo dischetto argento o quel vecchio LP in colla vinilica devono avere un’anima. Quella che lasciano respirare a ogni nuovo giro. Anche a vent’anni e più di distanza. Senza, sarebbe stato peggio arrivare fin qui.
Disintegration (The Cure)
Fiction – 71 minuti
Queste dovete ascoltarle: tutte, non si discute Zavalutazione: ♥♥♥♥♥ _
POI C’E’ LA DELUXE EDITION
Da circa un mese Universal ha pubblicato la Deluxe Edition di “Disintegration”, che segue la distribuzione di edizioni simili per tutti i dischi della band precedenti (e che credibilmente anticipa quelle dei dischi successivi). Tre CD che ospitano: l’album in versione rimasterizzata da Mr. PandaSmith, una raccolta di demo e qualche inedito, la riedizione di “Entreat” (già disponibile come album dal vivo a sé stante) arricchita da un paio di pezzi extra. Una spesa, circa 16 Euro, più che consigliata anche per chi ha già comprato “Disintegration” in più vesti negli anni. Perché anche solo i demo aiutano a capire il lavoro e la storia che si cela dietro ogni pezzi, con intriganti (o, a volte, vagamente ridicoli) arrangiamenti “di prova”. Fatelo, magari dopo aver dato una scorsa ai materiali disponibili sul sito ufficiale, tra cui un buon numero di tracce da ascoltare in streaming.
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zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.