Il calcetto ai tempi di Jack White

Muccino ha insegnato alla nazione a riconoscere i trentenni-quasi-quarantenni: limonano depressi con le sedicenni, gridano un sacco al citofono, hanno quasi tutti finito da un pezzo le speranze per un futuro migliore e tanti saluti. Soprattutto, ma non è certo merito esclusivo di Muccino Il Grande, sappiamo che giocano a calcetto, perché il calcetto è una grande e rovinosa metafora della vita che se ne va e intanto non sei diventato il nuovo Ronaldinho e magari manco il vecchio Centofanti.
Jack White, invece, rockstar c’è diventato per davvero e allora mica gioca a calcetto, sospeso tra i suoi circa quarant’anni e le sue dieci primavere (appena “spente”) nello stardom della musica di cui frega a qualcuno. Allora, finito il tazzone di cedrata Tassoni, non gli rimane altro da fare che mettere in piedi un’altra rock band. Così, tanto perché alla compagna musicale Meg ancora non sono passate le paturnie e smettere di scrivere e suonare, evidentemente, non è possibile.
Come Fabio di Usmate chiamerebbe a raccolta un po’ di colleghi sovrappeso per un terrificante 5vs5 il giovedì sera (che non si giocano le coppe, almeno quelle serie), così Jack alza il telefono e butta nei negozi il secondo disco della sua terza band. Secondo disco in due anni, dato che la dice lunga sulla potenziale portata del progetto. Perché o sei al culmine dell’ispirazione tipica del rocker infuocato, oppure due dischi che abbiano davvero grande senso, in due anni, viene difficile tirarli fuori.
“Sea of Cowards” non è un grande album, ma una bella partita del giovedì sera, quella sì. I Dead Weather, al secondo appuntamento con la (loro) storia discografica perdono in equilibrio, finendo per diventare l’immancabile macchina con un solo uomo al volante (e nessuna donna). Non che sia, di per sé, indice di un calo qualitativo: il gruppo continua a esprimere quello che nei White Stripes è un rock largamente infestato dal garage e che qui è preso d’assalto dal sacro fuoco del blues.
Meno di quaranta minuti che saranno anche un divertissement per White e compagine, ma che ben rappresentano un omaggio alla musica degli anni ’60 e ’70, quando i dischi saltavano fuori per davvero ogni dodici mesi e l’ossessione da “eccellenza” era ben lontana dall’infestare le attese per qualsivoglia album. Lontani sono anche i tempi del bassissimo profilo di oggigiorno, qui si suona senza cambiare la storia, con ampie dosi di divertimento fino a se stesso (e/o all’umore della band), ma pagando volenterosamente pegno a uno stile compositivo, tipico di White, che tutto potrà essere mai, tranne che votato al understatement. Tradotto: belle chitarre, bei pedali, qualche splendido momento (il trittico di apertura, con la galvanizzante “The difference between us” o il singolo “Die by the drop”) e tanto relax da ascolto senza grande impegno in mezzo.
Quasi che la roba serissima per sul serio possa essere solo firmata dai White Stripes, se mai torneranno a calcare le scene.
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zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments
Vorrei segnalare la gufata dell’ultima riga, ecco.