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Arcadia: City Connection

Illustrazione giapponese per City Connection: è tutto un Bird Studio qua.
Illustrazione giapponese per City Connection: è tutto un Bird Studio qua.

Diventare adulti vuol dire trovare risposte noiose a quesiti esistenziali bellissimi. Rovinandoli, svilendoli e cacciandoli a raccogliere siringhe al parco per il resto dei loro giorni. Tipo: perché cavolo le strade le fanno grigio-nere? Un bell’azzurro, un roboante rosso, un vitale giallone, uno speranzoso verdino non renderebbe l’occhio più allietato, il cuore rigonfio e la mente sgombra da quella voglia di cannabis che attanaglia alcuni? Certo che sì, ma poi ci passano sopra le gomme delle auto, la gente che vomita dopo la disco, le rane tatuate dalle gomme di cui sopra e quindi…

Copertina occidentale, meno frizzolosa.
Copertina occidentale, meno frizzolosa.

Quindi non rimane altro da fare che credere che fosse quello il fascino esercitato da City Connection. Il giochino con la macchinina che colorava la strada sgommandoci abile e impenitente sopra, ignara di un mondo (ahimé! Deh!) vieppiù selvaggio e impossibile da redimere. Sì, comunque City Connection c’aveva la macchinina che colorava, tanto bastava. E City Connection, con tutto il suo carico di psichedelico amore per la cromoterapia, aveva un altro pregio non da poco: costava un’inezia. Cento lire. Ripeto: cento lire. All’epoca in cui i gettoni delle sale giochi erano tutti ancorati alle duecento lire e quando già si iniziava a prospettare un futuro in cui prede sarebbero divenuti i dischetti bicolore da cinquecento, vien da sé che City Connection andava giocato.

Andava giocato a Gressoney, ovvero in quella sala giochi condominiale che aveva osato fare opera di carità al popolo del videogioco, impostando la tassa alle cento lire glorificate poco fa. Gressoney è uno di quei posti in cui se non te lo dicono credi di essere finito altrove piuttosto che in Italia. Uno di quei posti che si vergognano a tal punto della tradizione tricolore, che ne abbracciano volentieri un’altra, nel suo caso quella francese. Ed è un dramma di cui ai tempi non potevo rendermi conto, ma che ora si illustra nella sua portata senza bisogno di ulteriori spiegazioni. E senza ricorrere alla storia del sadismo dei francesi che fanno i buchi nei formaggi.

Gressoney- La-Trinité (per fare i precisi) all’epoca consisteva in numero due vie: quella del condominio-residence per le vacanze invernali (con la sala giochi interna detta) e un incrocio più sotto con BaitaBar che ai giovanotti pieni di vigore forniva addirittura blocchini di Nutella per colazionare felici. Poi c’erano le piste da sci, un cielo per davvero molto oltre quando si trattava di riempirsi di stelle la sera e un tavolo per fare i compiti con vicino Topolino.

Sabato sera: un salto ben calibrato ti può salvare la vita, pensaci.
Sabato sera: un salto ben calibrato ti può salvare la vita, pensaci.

City Connection però era pure meglio del Topolino e dire che quelli erano anni piuttosto buoni per la neonata Walt Disney Italia (saremo in zona 1990). Il gioco Jaleco era di quelli che ti insegnavano un sacco di cose, tutta roba che ai maestri fregava molto relativamente, ma per intanto rimanevano: tipo che un gatto, per strada, è pericoloso quanto una gazzella (della polizia). Vai a dargli torto. Insegnava anche a saltare da una piattaforma all’altra con l’auto, che se sei sempre uno di quelli che vanno in disco e poi guidano… insomma, ti può salvare la vita.

Semplice, essenziale, ma subdolamente stronzo nei pattern di movimento dei nemici e rigoroso nella gestione di inerzia e relativi movimenti, City Connection è stato convertito per NES, MSX e forse anche altrove, ne esiste puranco un remake modernizzato del tutto non-ufficiale e largamente condannabile alla Corte dei Conti. Ora, se solo fossi Babich, avrei altre quindici curioserie da scrivere sulla vita del game designer capo che viveva con una scimmia che soleva vestirsi da Mango (il cantante). Ma questo mica è il blog di Babich.

La scheda come i siti in gamba:
Nome: City Connection
Etichetta: Irem
Anno: 1985
Sistema di controllo: joystick + 2 pulsanti (forse)
Anche disponibile per: NES, MSX

Un coin-op e un luogo: Arcadia è la collana di post geotaggati con la retropassione che fa tanto chic. Clicca qui per leggere gli altri “episodi”.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Magiustra
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Gran bel gioco, questo qui (e gran bel post, ovvio). Però io continuo a preferire Flicky, che in pratica si giocava più o meno uguale e che dalle mie parti a partita costava quanto il tuo City Connection.

Ho comprato la raccolta per PS3 di giochi per Megadrive solo per Flicky, a dirla tutta, e quando sono stato a Londra per provare in anteprima (per PSM e XMU, se non ricordo male) Bayonetta, mentre tutti giocavano entusiasti con la strega, io mi ero sistemato su un divanetto tutto da solo a giocare al Flicky di cui sopra. Gli sguardi pieni di pietà della PR di Sega sono roba da romanzo :)

E comunque Gressoney è costruita in fondo a un diavolo di canyon, dove il Rinascimento non è mai arrivato: qualcosa vorrà pur dire.

R.

zzavettoni
Reply

Ahahah, ottima la nota di chiusura su Gressoney, che è in Val D’Aosta e non l’ho scritto e l’omino della strada magari se lo chiede pure (e magari pure no).
Flicky in sala giochi me lo sono sempre perso, anche se sì, siamo da quelle parti. L’ho recuperato un po’ in zona Megadrive e avevo pure apprezzato quel poco che c’era di apprezzabile in Sonic 3D Flickies’ Island, ovvero la storia della raccolta dei pulcini (pulcini?), anche se naturalmente c’entrava poco o nulla con Flicky.
L’atteggiamento durante il press tour è ovviamente un problema tuo che ti porti dietro da troppo tempo e ormai lo diamo per irrimediabile. Anche se di fronte a Bayonetta, che è tanto scemo quanto noioso per quanto mi riguarda, la tentazione poteva pure starci.

elsit
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un piccolo appunto: la frase “Uno di quei posti che si vergognano a tal punto della tradizione tricolore, che ne abbracciano volentieri un’altra, nel suo caso quella francese. Ed è un dramma di cui ai tempi non potevo rendermi conto, ma che ora si illustra nella sua portata senza bisogno di ulteriori spiegazioni. E senza ricorrere alla storia del sadismo dei francesi che fanno i buchi nei formaggi.” è assolutamente scorretta.
Le due Gressoney, al contrario della valle d’Aosta che è prevalentemente francofona, sono di tradizione walser, quindi si parla un dialetto di matrice svizzero/tedesca, il tisch (http://www.regione.vda.it/turismo/prima_di_partire/informazioni/pagina_ricerche_i.asp?tipo=scheda&pk=447&nomesch=sch_ProdVda&ts=prodvda).
un discreto strafalcione, per uno che sostiene di avere frequentato la valle

zzavettoni
Reply

Ho frequentato la valle per un paio di inverni tra gli 8 e 10 anni, dubito ai tempi di essermi accorto di qualsivoglia caratteristica al di là di neve, videogioco in oggetto, Nutella alla baita e scritte in lingua non molto italiana. Tra cui, appunto, quel “la-trinité”.
Secondo la sempre informatissima e ovviamente infallibile Wikipedia, a Gressoney-la-trinité circa il 70% degli abitanti è di madrelingua francese. O almeno così credevo fino a ieri, quando sono andato a rileggermi qualcosa sul posticino. Ora ricontrollando ho visto che è 7% e non 70% e quindi è tutto finito. Tu, però, il biglietto lo paghi lo stesso.

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