So Novanta’s: 1996

“Have a hangover”, è solo un doposbronza il 1996? L’unonovenovesei di Agnellica memoria è la prima, vera, stagione che arriva dopo l’ubriacatura grunge-rock-quelchevolete della prima metà degli anni ’90. E come ogni “hangover” è difficile da gestire: vuoi fare cose, ma forse non puoi farle. Non sai più dove sbattere la testa e intanto altra gente, fuori, “continua a far girare il mondo. E se non stai attento te lo perdi pure” (libero riadattamento di una roba di “Wild Mood Swings”, The Cure, 1996 appunto).
Dopo il fallout del Grande Sparo e l’accenno da parte delle etichette di pensare già al dopo-grunge, si contano i morti, si bendano i feriti e si mette sul tavolino traballante la mappa per capire dove e come muoversi sul campo di battaglia.

Premessa: come da tradizione per “godersi” la lettura è consigliabile la video playlist dedicata su YouTube come sottofondo.
C’è chi sta benone e chi sta benino. C’è già un memoriale e c’è chi inizia a sgranchirsi le ossa. C’è chi ha già intravisto il futuro e chi parla con/come Gesù. Se ve lo siete persi potete anche non struggervi sempiternamente: il 1996 è stato un buon anno di transizione, cui si vuole tuttora molto bene. Ma è evidente che fossimo già “di là”. Molto vicini a “OK Computer” (Radiohead), troppo lontani da “Ten” (Pearl Jam). E tutto sommato ci sta anche.
Chi sta benone è chi ha sbancato il botteghino l’anno prima, ma citare in questa sede “The Aeroplane Flies High” (cofanetto degli Smashing Pumpkins) è fuori luogo, oltre che fastidioso. Il memoriale è quello che i residuati del Nirvana si dedicano e dedicano al loro pezzettino mancante: una raccolta di registrazioni dal vivo dal titolo (in)equivocabile, “From the Muddy Banks of the Wiskah” e dalla copertina talmente anti-snob retrò che vedi quell’arancione lì e quasi pensi che forse era meglio seguire Drupi. Ma tiratela voi fuori dagli archivi dei Nirvana una “Polly” così bavosa di rabbia o la mai troppo lodata “Spank Thru”, tecnicamente quasi inedita al tempo.
Quelli che si sgranchiscono le ossa sono i semi nuovi, i tizi arrivati al secondo disco, chi ha ancora tutto da dimostrare. E lo dimostra benone Beck: con “Odelay” spiazza tutti, si impone come cantante stramboindie protofighetto iperschizoide e grande compositore e interprete. Che schifo, proprio, non fa. Tra il rock e il finto rap, tra l’elettronica e il crossover un po’ a caso ma mai per caso (se solo questa frase avesse senso il mondo sarebbe un posto peggiore), il secondo album del biondo è tuttora il suo capolavoro. Non suona vecchio manco oggi, che ha quattordici autunni psichedelici sulle spalle.
Promossi anche i Weezer, che con “Pinkerton” partono scemi come li avevamo lasciati (il primo singolo è “El Scorcho”), ma finiscono poi col mettere assieme il disco più apprezzati dai fanz che ora adorano ripensarci e piangere mentre bruciano pressoché l’intera discografia successiva. Nel resto del mondo, comunque, “Pinkerton” non se lo fila pressoché nessuno e “quelli del video di Happy Days” rimangono “quelli del video di Happy Days”.

Sputando benzina contro ogni potere su cui valga la pena sputare benzina, invece, i Rage Against the Machine non hanno proprio bisogno di aerobica o stretching. “Evil Empire” è anche per loro il secondo, attesissimo, appuntamento con i dischi di negozi e pur non riuscendo a bissare il risultato del primo album, c’è roba a sufficienza per implorare un nuovo concerto quanto prima. Possibilmente due giorni fa. Ci sono stato, cheffigata, bellissimo amici.
Parabola simile a quella dei Weezer anche per i Counting Crows che con “Recovering the Satellites” non cercano, e quindi non trovano, la seconda “Mr. Jones”. Ma se avete dei dubbi anche dopo tutti questi anni, ricacciateli indietro: lungo e a tratti troppo diluito, “Recovering” è lì in attesa che gli dedichiate il giusto tempo. Saprà ripagarvi, almeno con una splendida copertina (ma no, non solo).
Ultima seconda uscita selezionata: “Crash” della Dave Matthews Band. Che a oggi rimane probabilmente il disco preferito del sottoscritto per la band del sudafricano. Sì, anche davanti ad “Under the Table and Dreaming”, ma siamo lì. Beccarsi la Dave Matthews Band su MTV ai tempi era improbabile, almeno fino al disco del 1998 (o almeno per quanto ricordi), ma tanto continuavano a essere felicemente un episodio tutto americano abbastanza fuori dal tempo e quindi la coerenza mnemonica di quel 1996 post-grunge non ne risente granché.

Largo alla gioventù, allora! Che non è moltissima, ma di qualità: un senzabarba e fresco di disco solista Mr. E mette in piedi gli Eels, che a loro volta mettono su nastro i dodici pezzi di “Beautiful Freak”, album d’esordio. “Novocaine for the Soul” diventa addirittura una mezza hit e il fatto che non sembrasse neanche troppo strana dà tutto la misura della bontà dell’offerta del periodo.
Hanno poco a che fare col rock rovinaticcio, invece, i due francesi che si presentano al globo sotto il nome di Daft Punk. “Migliore disco house degli anni ’90″, dice ora qualcuno. Sarà quel che sarà, sarà l’aurora, ma “Homework” (titolo dell’album) è un gigantesco monumento, a tratti inavvicinabile, spesso spettacolare almeno quanto il video di “Da Funk” girato da Spike Jonze. Una house acida strafatta di brillantina anni ’80 che mira al nuovo secolo: come non amarli incondizionatamente?

Chi, infine, deve fare la conta dei morti e stendere un nuovo piano di battaglia, è naturalmente l’esercito del fu-grunge. I Pearl Jam rispondono infilando nel terreno i semi della rinascita: “No Code” è quel che c’è dietro la curva, dopo lo schianto narrato da “Vitalogy” e prima del trionfo (discutibile, ma ok) di “Yield” (arriverà nel 1998). “No Code” è il disco che non ti aspetti da chi ha fatto quella roba, prima, e che però ha talmente tante idee, talmente tanta classe, talmente tanta abilità che a chi non piace può anche smettere ora di pagare per l’abbonamento internet e tanti saluti. Bestie.
La battaglia dei Soundgarden va invece chiudendosi: il 1996 è l’anno di “Down on the Upside”, oggi da rivalutare (ne vale la pena), allora suonava però un po’ debole, un po’ derivativo, inadatto a ereditare lo scettro super-mainstream di “Superunknown”. E forse è anche questo un bel merito. La band si scioglierà da lì a breve, salvo poi tornare in vita proprio quest’anno.
Altrove gli Stone Temple Pilots danno alle stampe l’ultima roba buona della loro carriera. L’ultima roba davvero buona, s’intende, non buona per andare sull’MTV del 2010 o per incartarci il pesce. Con i tanti passaggi pop, “Tiny Songs from the Vatican Gift Shop” ai tempi ha detto poco o nulla, ma togliendogli di dosso l’attesa che si era creata giocoforza dopo il successo del precedente “Purple”, anche lui (come l’album dei Soundgarden) torna ad avere un senso. Eppoi l’ho comprato in gita a Roma con la scuola e lo ascoltavo col simil ghetto-blaster sull’autobus, quindi ci voglio bene a prescindere. Anche se ai tempi mi faceva star male la notte dalla delusione.
Chiudiamo che siamo andati lunghissimi. Non prima di aver mandato segnali di amore a “Black Love” degli Afghan Wighs, un altro di quei dischi che piacciono quasi solo a me all’interno delle relative discografie. Buoni sentimenti anche per “Boys for Pele” di Tori Amos, rappresentato in playlist video dalla versione tunza-ritunza di “Professional Widow”, la più bella lettera che nessuno abbia mai spedito a Courtney Love. Buffetto sulle guance per “Wild Mood Swings” dei Cure, altro esperimento fallitissimo per il mercato (allora molto benevolo verso Smith e soci) e con un numero crescente di chicche per gli affezionati.
Citiamo solo velocemente lo strepitoso “New Adventures in Hi-Fi” dei R.E.M., perché gli è già stato dedicato un intero post secoli fa (edit: non lo trovo più, sigh). Ricordiamo in mezzo minuto addirittura George Michael che, dite quel che volete, con “Older” aveva proprio centrato il vaso.
E salutiamo con la manina Palletta che non scrive più la roba delle canzoni brutte.
VOTA IL 1996
(Scegliamo con la democrazia che ci è propria il migliore dei Novanta’s)
LA SPESA DEL 1996
(Per chi vuole recuperare e non c’ha la voglia di leggere il post)
- Black Love (Afghan Whigs)
- MTV Unplugged (Alice in Chains)
- Odelay (Beck)
- Recovering the Satelittes (Counting Crows)
- Wild Mood Swings (The Cure)
- Homework (Daft Punk)
- Crash (Dave Matthews Band)
- Beautiful Freak (Eels)
- From the muddy banks of Wiskah (Nirvana)
- No Code (Pearl Jam)
- New Adventures in Hi-Fi (R.E.M.)
- Evil Empire (Rage Against the Machine)
- Down on the Upside (Soundgarden)
- Tiny Music… Songs from the Vatican Gift Shop (Stone Temple Pilots)
- Boys for Pele (Tori Amos)
- Pinkerton (Weezer)
- Older (George Michael)
- Tidal (Fiona Apple)
Novantaduecentodieci: siete tra i miscredenti certi che lo zip di Beverly Hills fosse casuale? Ma ammazzatevi. Era novanta e fatti, novanta e cose, tutto molto novanta. Come Kelly e quel bistecca di Dylan. C’è modo più letale per inzupparsi senza scafandro nel mondo dei ‘90 se non quello di ripercorrere anno per anno tutte le uscite che conta(ro)no nel mondo discogra(n)fico? No. Cliccate qui per trovare le puntate precedenti.
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments
Qui veramente non sento mai parlare di Corrs e Cranberries, perdincicacchio.
Ecco, della serie “la voce fuori dal coro” traducibile anche come “il pirla con i gusti di cacca” io sparo un Load dei Metallica. Bel disco, secondo il mio apparato auricolare.
Brrr… lo ricordo con un orrore che sarà mitigato solo dall’arrivo di St. Anger.
Che tristezza il terzo album degli S.T.P. -lacrime-. Ricordo anche io quanto ci rimasi male al primo ascolto, aspettative al massimo e poi…quella roba lì…cioè non che sia brutto però è come se ti abitui a mangiare aragosta e di colpo ti servono pasta al sugo, non fa schifo ma non è aragosta! La magia è finita dopo solo 2 album, peccato..per me, a costo di essere linciato da qualche fan di Cornell o Corgan, Purple rimane il miglior album degli anni 90 (ma è solo una questione di ccore!). Complimenti comunque gran bel sito per chi come me ha vissuto la giovenitudine di quegli anni è un gran momento nostagia :)
Ciao Sandroid, benvenuto e grazie. Che Purple sia l’album migliore degli anni novanta per questione di “core” fa molto ridere :D (non si capisce eh?).
Comunque tutto questo mi ricorda che manca ancora l’ultima puntata, quella sul 1999.