Arcadia: Phoenix

Nella mia stellare carriera di mezzasega ai videogiochi elettronici, due sono i momenti di svolta, di evoluzione. Evoluzione dell’interesse, sia chiaro. Il secondo arriva con Super Mario 64 e l’idea che fosse proprio un argomento interessante di discussione e di salivazione, questo dei giochi del diavolo che se non studi finisci a drogarti sotto ai ponti. Poi, nel tempo, il divertimento della discussione è venuto un po’ meno, anche per l’iper-esposizione subita dalla faccenda in… non so, facciamo dieci e più anni di redazioni e via andando. Ma il primo? Il primo momento non è esattamente Bubble Bobble, anche se mi piacerebbe crederlo. Bubble Bobble era una figata con la bolla superpiù, ma aveva anche molto del social network da baretto, quindi meriti suoi ma che andavano a infilare i tentacoli nel mondo oltre lo schermo. No, il primo momento di passaggio è quello vissuto di fronte allo schermo che, a fianco di una spiaggia calabrese, sputava i colori e gli angry birds d’altri tempi di Phoenix. Taito. Anzi no, mica Taito: Centuri, United States of Ammeriga. Devono toglierlo Wikipedia, perché o dice cazzate o mi ammazza la poesia. Toglietelo, datemi Babich che s’inventa le cose e mi regala un mondo di crack migliore.

Phoenix, come comunque si premura di ricordarci chiunque dal Wiki lì sopra in avanti, era, è e rimarrà anche nel suo seguito-non-seguito Pleiades (o Pleiads, parliamone) una versione riveduta e non corretta di Space Invaders, di Galaxian, di altri mille sparatutto dell’epoca. Punto e acapo.
Phoenix è stato, però e per quanto mi riguarda, il gioco che ha dato il là alla faccenda della sfida personale, proprio del divertimento nervoso e della voglia di fare qualcosa di meglio rispetto alla partita prima. Passione, ecco. Interesse, essenza galvanizzante e via di immagini un tanto al chilo di questa risma.
Coi suoi bei volatiloni per diabetici, il boss troppo figo e che poi c’era simile in un gioco per MSX di Thofusolapanda, il “nastro” rosa-viola da bucare, lo scudo per salvare… un sacco di bella roba e quella colonna sonora lì, che anche solo definirla “colonna sonora” vuol dire che ti sei fatto completamente digerire dal mostro del ricordo smielato.
Bellissimo, comunque, il mio Phoenix.
Rivisto con gli occhiali dell’amore, peraltro, diventa subito uno dei tantissimi eccezionali esempi di “arte dello sprite colorato”. Quel giallo e viola molto meglio del verde e marrone dell’altro giorno. Quel rosso Burnin’ Rubber e Ferrari per l’astronavina. Quel fondale così scintillante e quella minaccia violenta volante con ali spiegazzate… Tutto perfettamente squadrato e amabile.

Come amabile fu la vacanza col mio Phoenix, perché per tenere fede alla natura di questa serie di dimenticatissimi post, qui si parla sia del gioco, che del luogo. E il luogo era la capitale della cipolla: Tropea. In una secca e caldissima estate molto terrona. Con un mare che forse era meglio andare a inzupparsi notte e giorno, che stare di fronte a Phoenix, con un macellaio che per poco mia madre non mette a ferro e fuoco la struttura dei favoritismi vagamente inquietanti verso signorotti locali vagamente inquietanti.
Bello, quel Phoenix.
La scheda come i siti in gamba:
Nome: Phoenix
Etichetta: Centuri
Anno: 1980
Sistema di controllo: 2 + 2 pulsanti
Anche disponibile per: Atari 2600
Un coin-op e un luogo: Arcadia è la collana di post geotaggati con la retropassione che fa tanto chic. Clicca qui per leggere gli altri “episodi”.
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments
Deh, il mio analOg0 credo sia Vanguard. Mado’ che figata Vanguard, aveva anche il cambio di scrolling, da orizzontale a verticale passando per il – shock! – diagonale O__O
Vanguard proprio me lo sono perso del tutto. Se avesse senso e fosse facile giocarseli ancora oggi così, in cinque minuti, magari anche…
Phoenix, uno dei miei primi giochi da sala. Giù al sud, in Piemonte.
Ah, Tropea è un posto di merda, dove si mangia di merda e la gente ti tratta di merda.
Solo che i pensionati tedeschi hanno deciso di trasformarla trent’anni fa in una colonia vacanziera, e questo l’ha resa ipso facto una località turistica. Beh, non lo è. Per niente.
Ho cercato “ipso facto” sul dizionario dell Giovani Marmotte ma non l’ho trovato. Rimarrò col dubbio. :\
Ah, la Fenice fa risorgere anche in me (troppo) lontani ricordi di joystick sudati e appassionate smadonnate in quel di un polveroso campeggio pugliese.
Ma nessuno che se lo sia giocato sotto casa? :)
Ma infatti, c’era solo nel sud Italia? :D
“Coi suoi bei volatiloni per diabetici, il boss troppo figo e che poi c’era simile in un gioco per MSX di Thofusolapanda, il “nastro” rosa-viola da bucare..”
Si chiamava octopussy. Giusto sabato ho scaricato un emulatore blueMSX e ho rivissuto con lacrimuccia d’ordinanza la schermatina blu di caricamento dei dischetti…Comunque ho ancora quel pezzo da museo Philips, anche se non funziona più, si accende ma rimane fisso(o fesso) su un bello schermo nero che vira al nero. Che faccio, butto? O dici che lo trovo un turbonerds che lo fa ripartire e lo metto in salotto al posto del vaso della suocera?
Sul metterlo a posto non saprei proprio, ma non buttarlo. Fa arredamento dai. Se proprio lo vuoi buttare dimmelo che vengo a prendermelo io. :D
Ma spettacolo Phoenix!
E non ricordo neanche se quella specie di cipolla rosa dentro “l’astronave madre che puoi distruggere” ero riuscito a batterla oppure no.
Tocca reinstallare il mame mi sa…
Che palle matt, scrivi troppo e io mi perdo i post migliori, quelli in cui nei commenti non ti danno perennemente dello stronzo perché l’industry è uno sputo e territorial pissings eccetera…
Phoenix, senti questa, non è né di Taito né di Centuri!
Il mondo si sbaglia! Ma io non posso dimostrarlo!
Tanti anni fa, tipo dieci, quando lavoravo allo studio Vit, trovai una lista di giochi giappi del 1980 che i giappi volevano vendere alle sale giochi occidentali. Era un ciclostilato sfiga, ma preziosissimo, perché si trattava di giochi ancora in corso di sviluppo senza publisher americano, a volte senza publisher giappo!
Phoenix era citato e il developpa si chiamava HIRAOKA. Ora, era prassi consolidata in giappone che i developpa facessero finta di non esistere una volta ceduto al publisher il gioco per una manciata di palline di pachinko. Return of the invaders è di UPL, Tiger Heli è di Toaplan, Sasuke vs the Commander è di TOSE. Per dire, no.
Insomma: HIRAOKA. Gioco giapponesissimo, e come poteva non esserlo con quel boss finale preseo di pacca da una puntata dei Gatchaman. Poi Taito se ne appropriò. E cedette a Centuri i diritti. Centuri non ha mai programmato un cazzo, a parte scrivere CENTURI nel Copyright del gioco.
Purtroppo quel foglio da casa mia se l’è rubato qualcuno, dunque non ho prove. Pare Yoshimitsu Hiraoka in persona.
Facciamo che ci crediamo come ogni volta. Ma com’è che ti ricordi nomi astrusi tipo Hiraoka? Ma soprattutto: voglio anche io Motion Sports firmato!
TROPEA??? AHAHAHAHAHAHAH che posto di merda!!! Il mare è una fogna, ma in più galleggiano anche gli assorbenti… terroni ovunque… e se ci vai in agosto trovi pure i terroni che scendono dal nord… andate a cagare!!!