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Brandon cerca amici

Brandon Flowers, in concerto oggi all'Alcatraz di Milano
Brandon Flowers, in concerto oggi all'Alcatraz di Milano

Il concerto milanese del tour solista di Brandon Flowers, voce e autore dei Killers, non poteva che rivelarsi una contraddizione, come l’intero immaginario musicale e folkloristico che si porta dietro da Las Vegas e che ha trascinato lui e i compagni in giro per le classifiche e gli angoli del mondo.
Al calar delle luci e al salir dei riflettori sbagliarsi è questione di pochi istanti: all’Alcatraz si è radunata l’intellighenzia dello studentato meneghino. I Killers vanno forte, Brandon Flowers va forte, addirittura le bretelle di cui fa indecente sfoggio sul palco vanno forte. Va tutto talmente forte che quando la silhouette del nostro compare sul palco il ruggito è di quelli che stordiscono: il pubblico è evidentemente in visibilio, quello che sta per succedere è palesemente uno spettacolo rock ad alto tasso di divinità, nonostante la giovane età di Brandon. E difatti così pare, dopo l’avvio gospel di “On the floor” è subito “Crossfire”, primo singolo estratto da “Flamingo”. A volte ci si chiede quanto serva a una band o a un’artista per “vincere” il favore del pubblico, questa sera sono sufficienti pochi secondi.

La resa sul palco è possente e roboante, anche complice un impianto che ha ormai deciso di sputare fuoco e fiamme (se due indizi fanno una prova…) e il pubblico è trascinato in quella inspiegabile ondata di kitsch e sincerità che è Flowers.
Poi, però, qualcosa succede. Succede che senza i suoi Killers sul palco, l’autore del Nevada è lasciato solo a supportare un album che è una deliziosa composizione tipicamente “da solista”, quindi manchevole (e in un certo senso giustamente manchevole) di arrangiamenti esplosivi e voluminosi quanto quelli della band al completo. Il risultato: il pubblico continua a battere le mani perché sul palco c’è lui, quello lì della band e quello lì a cui basta avvicinarsi alle prime file per far pesca a strascico di figa. Non batte le mani per la musica, per “Flamingo”: è un happening e tutti sono sicuri che ‘sto Flowers sia un figo spaziale, anche se non sanno bene perché.

I pezzi, dal canto loro, tengono meno bene il palco, proprio perché più semplici ed essenziali rispetto agli altri episodi della carriera di Brandoné: tolti gli episodi più marcatamente Killers (d’altronde parte dei pezzi sono stati in origine pensati per la band e poi riversati su “Flamingo”), “Jilted Lovers and Broken Hearted” / “Playing with Fire” / “Only the Young”, gli altri faticano a guadagnare una dimensione live in cui aiuterebbe un’intepretazione più ruvida, calorosa e palpitante.

Band al completo per il Brandoné, ma non sono i Killers
Band al completo per il Brandoné, ma non sono i Killers

Il dramma si consuma sul primo bis, “The Clock was Tickin’”: quello che è forse il pezzo più intimo e toccante scritto da Flowers, a dispetto del ritmo avvincente, viene travisato da buona parte del pubblico, che interpreta il ralentì finale come il momento tenerone e morbidone su cui oscillare ritmicamente le mani e palpare il culo alla tizia con gli occhiali grandi e la frangetta a fianco. Mentre quello di Las Vegas racconta di come la madre sia morta e la vita, fondamentalmente, una merda.

I dubbi alzati dal concerto non sono sull’eroe Flowers, che ha talento da vendere, canta quasi sempre in maniera impeccabile (in bilancio anche l’interpretazione tamarra), snocciola un paio di gustose rivisitazione di pezzi dei Killers e in generale fa sapere che non è un fuoco di paglia… No, i dubbi sono sulla capacità di mettere “in campo” un disco come “Flamingo”, che dal vivo appare ancora più pericolosamente simile ai Killers, senza avere però lo stesso impatto garantito dalla band al completo.
Ah, e ovviamente buona parte della colpa va al pubblico di stronzi. Più interessato a girare filmati in 320×55 con l’iPhone (o quel che è) che a seguire lo spettacolo, pure di fronte all’inedito* “Bette Davis Eyes”.

* non ci provate nemmeno.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Vera
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Ottima recensione, hai centrato pienamente il problema: seppur per molti ” figo”, Flowers senza Killers è scialbo. Ah, Bette Davis Eyes non è un inedito, bensì una cover di un successo di Kim Carnes

zzavettoni
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Vera, come faccio a ringraziarti per i complimenti se poi mi cadi nel tranello di Bette Davis Eyes? :P

lou
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La bretella da Brokeback Mountain è degna di tutto il rispetto, se la trovo te la regalo pure.
A difesa del popolo bue: se canticchi che la vita fa schifo con un motivetto trallallà e l’accento di Las Vegas, è comprensibile che l’itagliano medio che capisce kiwi e melon s’immagini che stai cantando evviva l’amor.

zzavettoni
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Sì ma così mica hai difeso nessuno :P

lou
Reply

infatti io odio il popolo bue.

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