Vapor Trail, tra mediocrità e Magnum P.I.
Una lunga e morbosa occhiata a un campo santo, ecco cos’è Vapor Trail nell’anno domini 2010, a uno sputo dal 2011. Presentato in formato arcade nel 1989, Vapor Trail arriva due anni più tardi in edizione Megadrive, solo per i territori giapponesi e nord americani. Ed eccolo lì il campo santo: sviluppato da Data East, pubblicato da Telenet e Renovation. Se esistesse una grande Divinità delle Coincidenze ci troveremmo tra le zampe, da qualche parte, anche una conversione per Amiga a firma di US Gold, poi tutti a casa a piangere sul latte versato.
Attraverso i suoi livelli dalla difficoltà che va crescendo in maniera vagamente crudele, Vapor Trail mette in bella vista tutta una serie di accorgimenti che testimoniano l’esperienza del team di sviluppo. Un po’ Truxton e un po’ Raiden, il gioco Data East ha quel che serve per arrivare a fine giornata, timbrare e tornare a casa: gli elementi grafici sono sufficientemente caratteristici e belli visibili, i fondali mai troppo intrusivi, i potenziamenti delle armi interessanti (anche se non tutti azzeccati), la scelta di utilizzare obiettivi a terra (carri armati et similia) e in volo assicura la solita sensazione di onnipotenza che già funzionava tanto bene nei due titoli citati più sopra e le tre differenti astronavi illudono che l’esperienza di gioco possa essere più profonda di quanto, in realtà, non sia.
Ma dove vince per davvero Vapor Trail è nella sua sfacciata voglia di copia-incollare una soluzione grafica semplice semplice di quel Tatsujin accennato sopra col suo nome occidentale (Truxton), ovvero i crateri a terra. Ahhh signora mia cosa non ci danno soddisfazione i crateri a terra: fai esplodere un qualsiasi carro armato e questo lascia una bella pozza di fuoco e sassi e lamiere (o almeno questo è quello che pare comodo immaginare in quell’ammasso di pixel). Sono i piccoli tocchi che però rendono più galvanizzante uno sparatutto senza troppi fronzoli qual è Vapor Trail. Ok, forse no, forse è una scemata a caso, ma intanto con qualcuno funziona, per esempio con chi scrive.
Vapor Trail riesce a dare un senso anche alla mediocrità insomma. Perché una vita da mediano, alla fin della fiera, può anche valere la pena: insomma, voi lo stipendio di Gattuso lo buttereste via?
Più che altro… a Vapor Trail devo un ricordo ben preciso: primavera, televisore in cucina acceso su Magnum P.I., è pomeriggio. Televisore in camera su Vapor Trail. È la puntata finale di Magnum P.I. e quindi Vapor Trail se ne sta zitto e buono in pausa. O forse è la prima parte della puntata finale, se così fosse… mi sono sempre perso la seconda parte. In quella che ho visto, col groppo in gola e mentre cercavo di capire se Street Smart fosse un gioco degno, c’è Thomas in coma in un letto di ospedale e Higgins che tira fuori tutta la verità sul Signor Masters. O mi sono inventato tutto? Vabbé, comunque Vapor Trail, sapevatelo.
Nota in fondo: anche questa è una recensione pensata per Area.21, perché ci piace supportare quei disgraziati.
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments
Concordo pienamente sul ‘disgraziati’. =D
Mo’ arriva via mail pure la tua versione eh, damme tempo. :D
No problemo, e grazie di nuovo. =)