Una partita a scacchi con gli Interpol

Alle undici post meridiane in punto Paul Banks e Daniel Kessler staccano le mani dalle chitarre, tolgono il piede dai pedali, si scambiano un ultimo sguardo e regalano un inchino a un Palasharp che non ha fatto registrare il tutto esaurito, ma si è comunque riempito diligentemente per offrire tributo alla band di New York. Un’ora e mezza, novanta minuti e il sipario torna a chiudersi e le luci a illuminare l’uscita dal palazzetto del pubblico. Quando si dice la precisione…
Quando si dice la precisione, la puntualità e la professionalità, si parla indiscutibilmente del concerto degli Interpol di cui sopra. Tanto nel bene, quanto nel male. Nel 2002 la band di Banks si presenta all’universo-mondo con “Turn on the Bright Lights“, titolo tratto da un verso dell’ipnotica e preoccupante “NYC”: “ora è il mio turno, accendete le luci, quelle forti”, chiedeva con senso di responsabilità il biondino tutto barba dei tre giorni e cravatta dal nodo marmoreo. La grande mela tanto aveva dato, ora toccava a lui e a loro. Bene, se è ancora il suo turno, Banks farebbe meglio a crederci, a farsi trascinare dall’ondata di energia che deve essere un concerto rock.

Ieri sera i novanta minuti sono stato sessanta: mezz’ora allegramente buttata, con la band che prova a capire il pubblico, il pubblico che è sicuro di non aver comprato l’ultimo album e allora che diavolo aprite a fare con Success che a noi fregasega e l’aria che inizia a rarefarsi. Le attenuanti ci sono tutte: il romanticismo delle chitarre di Kessler e della voce di Banks, su disco, vanno stranamente ma splendidamente di pari passo con l’atmosfera da imminente litigio in famiglia. Tanto nella musica, quanto nell’immagine che gli Interpol hanno sempre dato di sé, non hanno fatto mistero di voler proporre una certa idea di seria austerità. Così i riff di Daniel sono secchi e lancinanti, l’interpretazione di Banks rigorosa e dittatoriale, col solo splendido “errore” delle linee di basso strepitosamente funky (a tratti, ok, solo a tratti) del dipartito Carlos Dengler. Ma la formula funzionava e funziona, su disco.

Al Palasharp il sostituito dell’ex bassista, il talentuoso David Pajo, non ha di fatto aggiunto nulla alla formula, limitandosi al difficile compito di non far sentire orfani le melodie dei nostri del basso di Carlos D. Come lui, gli altri tre Interpol si sono troppo spesso adagiati all’idea del compitino. Si potrà dire che non è nella cifra stilistica della band lasciarsi andare a fuoco e fiamme, vivere lo show come un’occasione per smutandarsi e infilarsi in vena l’ago della jam session. Ma… ma così deve, anche, essere.
E così, in effetti, anche è: dopo quella strana mezz’ora i quattro prendono coraggio. Con “Slow Hands”, finalmente, scatta qualcosa tra pubblico e band, per qualche minuto si abbassano i telefonini (quanta tristezza) e si alzano i piedi, nel senso che la folla salta, urla e segue gli Interpol. Finalmente il concerto può iniziare: trovata l’onda da cavalcare assieme, si prosegue con potenza e voglia di farsi trascinare da “NYC” e “Barricade”. Pajo, addirittura e finalmente, si degna di schiodarsi dal suo quadratino di palco quando c’è da pizzicare le corde per “Not Even Jail”. Intanto qualcuno al mixer ha da tempo capito che è meglio abbassare un po’ la voce di Banks e alzare le chitarre.
Tutti i pezzi sembrano finalmente andare al loro posto: gli Interpol non sono più un assorto, preciso e geniale giocatore di scacchi. Almeno fino al momento in cui, sul più bello, non si alzano e tirano una manata all’orologio del turno. Timbrano ed escono. “Roland” e “Stella” rimangono ad aspettarli nei camerini.
Interpol
(Palasharp, Milano – 17/11/2010)
- Success
- Say Hello To The Angels
- Narc
- Length of Love
- Summer Well
- Rest My Chemistry
- Slow Hands
- C’mere
- NYC
- Barricade
- Take You On A Cruise
- Lights
- PDA
- Memory Serves
- Not Even Jail
- Encore:
- The Lighthouse
- Evil
- The Heinrich Maneuver
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.
