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So Novanta’s: 1997

I Chemical Brothers parlano parlano, ma intanto la fossa la scavano ad altri...
I Chemical Brothers parlano parlano, ma intanto la fossa la scavano ad altri...

Puoi provare a rigirarlo in mille modi e uno potrebbe essere partendo dalle due estremità e trovando il punto di contatto in quell’estate al karma, ma la realtà del 1997 è solo una e la racconta senza timore di smentita la Top 100 di Billboard: “Candle in the Wind”, courtesy of Elton John. Che vaglielo a dire che il pezzo è di due decenni prima. Vaglielo a dire a chi, da lì in avanti, ha definitivamente ritagliato un vestitino à la Mia Martini al minuscolo di Pinner. Insomma, Elton mena sfiga. Tanta sfiga che con il pezzo sopra citato imprime il suo timbro sull’anno, conquista ogni classifica e tanti saluti a tutti, Diana in primis, tunnel al secondo posto e dirette televisive sull’ultimo scalino del podio.
L’altra verità è che il 1997 sancisce definitivamente la morte degli anni ’90, instaura un interregno che dura il tempo di chiedersi che fine faremo e lascia spazio agli anni 2000. Gli anni 2000 sono, musicalmente, quelli che sotterrano senza cerimonie l’ondata alternativa esplosiva americana di fine anni ’80 e della prima metà dei ’90. Sono quelli che, più avanti, apriranno il portone alla frammentazione più totale. Sono quelli che, nel 1997, arrivano a bussare e tengono in mano un disco e solo uno e solo quello e nessun’altro: “OK Computer”, Radiohead. Punto, a capo, luci che dissolvono in fuori.

Ok Computer (Radiohead)
Ok Computer (Radiohead)

D’altra parte è lo stesso quintetto di Oxford a officiare la tumulazione del bel rock sano, duro, col raspino in gola e molto maschio che aveva preso a calcioni Michael Jackson, Guns’n Roses e quanti altri appena cinque o sei anni prima. Erano i Radiohead di “Just” e “Bones” (1995, “The Bends”), ora sono quelli di “Airbag” e di “Paranoid Android”. I critici spenderanno i dieci (e più) anni successivi a farsi dei gran viaggioni mentali su “OK Computer”, i fanz seguiranno quasi indiscutibilmente in blocco e gli snob avranno di che ridire tanto su quest’album, come (e più) su “Kid A”. Disco del decennio, disco del ventennio (per nulla fascista), disco degli ultimi trent’anni… l’importante è tirar fuori una classifica, soprattutto se squisitamente britannica e decisa a celebrare l’orgoglio di Sua Maestà. Ma che “OK Computer” sia una roba di fronte a cui abbassare la testa e aprire le recchie, be’, di dubbi non ce ne sono.

Tra le armonie dissonanti e i suoni algidi e urban-disperati dei Radiohead, si perde il rock viscerale e la carica punk che per comodità avevamo chiamato “grunge”. Non per nulla nel 1997 non si presenta ai botteghini praticamente nessuno dei gruppi chiaramente ascrivibili al movimento. Assenti i Pearl Jam (giustificati dallo splendido “No Code” dell’annata precedente), invisibili gli Alice in Chains (più di là che di qua), in piena ristrutturazione gli Smashing Pumpkins, ufficialmente sciolti i Soundgarden e di nuovo in cantina Mudhoney e Screaming Trees… lo spazio viene dedicato ad altri. Ci sono ritorni e prime avvisaglie di imminente ridimensionamento.

Ultra (Depeche Mode)
Ultra (Depeche Mode)

Tornano i Depeche Mode, con Gahan a perenne rischio pera-assassina e un disco che abbandona per buona parte le venature gospel di “Songs of Faith and Devotion” del 1993. L’album è “Ultra” e una serie di singoli e di video azzeccati (su tutti la strepitosa “Home”) regala alla band inglese riflettori e arene stracolme. Tutto meritato.
Tornano anche i Faith No More, ancora scossi (non è vero, poco gli frega) dal mezzo fallimento commerciale di “King for a Day, Fool for a Lifetime”: il nuovo disco è battezzato, con tipica ironia, “Album of the Year”. Nessuno lo ritiene tale, nonostante le digressioni rispetto al lavoro precedente siano minori e in generale si presenti come un’opera più coesa (e anche più prevedibile).

Pop (U2)
Pop (U2)

In un certo senso è un ritorno anche quello degli U2: anche loro assenti dalle scene per quattro anni (in mezzo c’è l’esperienza Passengers e l’ennesima buona causa da perorare) e con uno “Zooropa” da farsi perdonare. Non si sa da chi, dato che il disco del 1993 è la splendida testimonianza che gli irlandesi di rinchiudersi in un cliché che li aveva appena visti vincitori (“Achtung Baby”) non avevano voglia. Comunque sia, “Pop” viene trattato decentemente all’uscita e, negli anni, bistrattato manco fossero i Genesis col cantante degli Stiltskin. “Pop” è perfettamente 1997, si infila in vena altri due siringoni di elettronica, strizza l’occhio alla scena club e house e intanto azzecca quel paio di capolavori che te li raccomando (“Gone”, per esempio). In perenne apprezzamento di “Pop Muzik”, cover che compare come b-side.
A proposito di club e house e pasticche, è già tempo di riabbracciare i Chemical Brothers, che si ripresentano col secondo lavoro: “Dig Your Own Hole”. “Exit Planet Dust” non era stato un episodio fortunato e i due dimostrano non solo di avere ancora molto da dare, ma di avere anche cose da dire nel mentre in cui si inzaccherano felici nel tessuto pop-sociale della loro epoca. “Dig Your Own Hole” li lancia nella stratosfera delle classifiche che contano anche grazie alla comparsata azzeccatissima di Noel Gallagher in “Setting Sun”. E la mania chimica si diffonde per l’Europa tutta.

Gente che invece inizia ad annaspare, a volte relativamente, a tratti malamente: gli Offspring decidono definitivamente di gettare la maschera, sono un gruppo di cretidioti per regazzini di Orange “Riccone” County, e che si sappia bene. Quindi “Ixnay on the Hombre” fa sorridere, e nulla più. Gli Oasis di cui sopra credono davvero alla cazzata dei nuovi Beatles! Colpa della stampa e della gente che ha giustamente idolatrato i due dischi precedenti. Fatto sta che il nuovo “Be Here Now” è prolisso, verboso, lungo, impastato e quindi demoralizzante. Togli un terzo di brano (la coda strumentale-ripetitiva) al 90% dei pezzi e “Be Here Now” diventa il degno erede di due splendidi album. Delle ennesime raccolte di Cure, Bob Dylan, R.E.M. e Soundgarden possiamo fare a meno di parlare, passando all’ultima sezione: conferme e nuove promesse.

The Colour and the Shape (Foo Fighters)
The Colour and the Shape (Foo Fighters)

Da Torino arrivano i Subsonica con l’album omonimo. Nascono da un’idea dell’ex Africa Unite Max Casacci e difatti ci sta un bel po’ di reggae sotto, ma anche tanta altra roba buona in odore di murazzi. Bello allora come oggi, in dodici pezzi racchiude voglia di fare qualcosa di decente e di differente anche dalle nostre parti. Rimaniamo in Italia, che c’è da premiare anche “Hai paura del buio?”, seconda pubblicazione degli Afterhours. Inarrivabile allora, inarrivata oggi. E ciao.
Mentre Bjork ne fa un’altra giusta con lo splendido “Homogenic”, i Blur prendono nota dell’egomania preoccupante dei fratelli Gallagher e… ed escono dal ring. Tirano fuori un disco omonimo che è, come spesso accade, una dichiarazione di intenti. Ed è anche, secondo chi scrive, il miglior episodio in studio della band. Ispirato e caratteristico, sognante e abbattuto, è l’unico sbocco che la band avrebbe potuto trovare. E che quelli di Manchester non hanno mai trovato.
Rilancio anche in casa Foo Fighters: quelli di Dave Grohl sono una band, ora, e abbandonano le sfuriate del primo disco in favore di un approccio più divertito e pop con “The Colour and the Shape”. A gestire la faccenda c’è Gil Norton, già coi Pixies, e si sente la mano abile di chi sa farti arrivare in alto. C’è dentro “Everlong”, ma c’è dentro anche tanta altra bella roba: dei Foo Fighters spanzosi, “The Colour and the Shape” rimane il disco più riuscito e una delle cose migliori del 1997.

Ci sarebbe ancora di che ciacolare. Ci sarebbe ancora da ricordare che in quello strano 1997 è tutto un furoreggiare di meteore: dai Chumbawamba (“Tubthumping”) agli Smash Mouth (“Walking on the Sun”), con in mezzo le Spice Girls al secondo LP, Toni Braxton (“Un-break my Heart”) e, fate un bel respiro, gli Hanson (“MMMbop”). La chiusura, però, va regalata al viaggio interstellare sotto antidepressivi degli Spiritualized di “Ladies and Gentlemen we’re Floating into Space”, che rubano l’ultimo spazietto disponibile ai Verve di “Urban Hymns”. Giustizia è fatta.

Vota il 1997

(Scegliamo con la democrazia che ci è propria il migliore dei Novanta’s)

La spesa del 1997

(Per chi vuole recuperare e non c’ha la voglia di leggere il post)

  1. Hai paura del buio? (Afterhours)
  2. Homogenic (Bjork)
  3. Blur (Blur)
  4. Dig Your Own Hole (The Chemical Brothers)
  5. Ultra (Depeche Mode)
  6. Album of the Year (Faith No More)
  7. The Colour and the Shape (Foo Fighters)
  8. Be Here Now (Oasis)
  9. OK Computer (Radiohead)
  10. Ladies and Gentlemen we’re floating… (Spiritualized)
  11. Subsonica (Subsonica)
  12. Pop (U2)

Cos’è che ho letto?

(Infostruzioni per l’uso)

Novantaduecentodieci: siete tra i miscredenti certi che lo zip di Beverly Hills fosse casuale? Ma ammazzatevi. Era novanta e fatti, novanta e cose, tutto molto novanta. Come Kelly e quel bistecca di Dylan. C’è modo più letale per inzupparsi senza scafandro nel mondo dei ‘90 se non quello di ripercorrere anno per anno tutte le uscite che conta(ro)no nel mondo discogra(n)fico? No. Cliccate qui per trovare le puntate precedenti.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

Poggy
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Oh, dite quello che volete ma secondo me il ’97 è stato un’ottima annata. Sarà che avevo sedici anni, sarà che i dischi della lista li ho davvero quasi tutti, ma quanta nostalgia canaglia.

Mattia Ravanelli
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Per me il 1997 è, tra gli anni ’90 visti finora (ehr, nei post intendo), il meno fichissimissimo. Insomma si salva eh, direi dal 6 al 7, ma niente colata di materia cerebrale dalle orecchie.

dirkpitt78
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Come annata forse si, forse no.
Ma OK Computer vale (quasi) tutto il decennio e forse più.

zave

Tanti altri dischi valgono tutto il decennio. OK Computer vale quale decennio dei due? Questo o quello?

dirkpitt78

La risposta è dentro ognuno di noi.

cannibal kid
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grandissimo anno, sarà che è stato uno dei primi in cui ho cominciato a seguire la musica veramente

blur e ok computer capolavori ancora oggi praticamente insuperati!

Enrico Procopio
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Mi è tutto un po’ moscino, Raganella, a parte “il-capolavoro-che-wow!” e i Blur, che a conti fatti sono la cosa che ho ascoltato di più!

AndreaC
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Altri dischi millenovecentonovatasettici che amo particolarmente e consiglio:

The Van Pelt – Sultans of Sentiment: quando emo non era una parolaccia
Claude Young: Soft Thru: il capolavoro techno che non ti aspetti
Built to Spill – Perfect from Now On: disco in equilibrio perfetto tra sviaggi ed introspezione
Roni Size & Reprazent – New Forms: scontanto, forse, ma quanta classe
16 Horsepower – Low Estate: potente e violento come un calcio in culo

Da ascoltare rigorosamente mentre si gioca con IL gioco del 1997: Goldeneye 007 per N64.

zave
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Quello dei Van Pelt è splendido, dono del Magiustretti redazionale.

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