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Fleet Foxes: al centro della fiamma

Un'ora e mezza di montagne e stelle, nel centro di Milano: Fleet Foxes
Un'ora e mezza di montagne e stelle, nel centro di Milano: Fleet Foxes

Trent’anni di età media sul palco, quaranta di fronte. Tre anni prima, autunno 2008, era stata la cornice festaiola e notturna dei Magazzini Generali a ospitare la prima esibizione italiana dei Fleet Foxes, questa volta l’allegra-ma-non-troppo famigliola barbosa del piovoso stato di Washington si ritrova alle prese con l’atmosfera assai più raccolta e un po’ signorile del teatro Smeraldo. E se fuori dall’edificio è tutto un cantiere e pizzerie al trancio che chiudono, dentro la band non lascia trasparire alcun senso di provvisorio: niente imbracature e martelli che battono, i Fleet Foxes sono venuti per fare quel che sanno e lo fanno con sicurezza e fiducia nei propri mezzi. Un’ora e mezza di spettacolo vissuto sulle poltroncine del teatro, con lunghi applausi, rare urla e quasi zero chiacchiericcio da parte del leader Robin Pecknold. Che intanto, rispetto a tre anni fa, ha meno barba e forse qualche etto in più. Non c’è di che preoccuparsi: universitari modaioli ormai oltre il terzo anno e signori di mezza età possono ancora rimirarsi le barbe degli altri.

La scaletta

  1. The Plains / Bitter Dancer
  2. Mykonos
  3. English House
  4. Battery Kinzie
  5. Bedouin Dress
  6. Sim Sala Bim
  7. Your Protector
  8. White Winter Hymnal
  9. Ragged Wood
  10. Montezuma
  11. He Doesn’t Know Why
  12. Lorelai
  13. The Shrine / An Argument
  14. Blue Spotted Tail
  15. Grown Ocean
  16. These days(cover di Jackson Browne/nico con Alela Diane)
  17. Sun It Rises
  18. Blue Ridge Mountains
  19. Helplessness Blues

Lo spettacolo scorre via dolce ma impetuoso, senza colpo ferire, ma in accezione più che positiva. Il gruppo mette subito in mostra la caratura senza lasciarsi andare a giochetti di scaletta: apre la delicata e sontuosa “The Plains/Bitter Dancer” (dal secondo album), cui segue la già immortale “Mykonos”. Perché i pezzi più rappresentativi non vengono risparmiati per i soliti bis e d’altronde, con solo due LP all’attivo, fare calcoli diventa piuttosto complicato.

Numerosi come sempre (sul palco si muovono in sei, il numero di chitarre che girano va invece elevato all’ennesima), i Fleet Foxes ci danno giù convinti come il miglior Duffman. Ad accompagnarli c’è “solo” un telone che accoglie proiezioni sinuose, ammalianti e un filo ipnotiche, come la musica che prende possesso del teatro. Rimanere con lo sguardo e le sinapsi in loop di fronte a una cascata di rombi che si incastonano e poi crollano continuamente è più che lecito, d’altronde ben si accompagna alle evoluzioni di “Sim Sala Bim” o “Heavy Wynter Hymnal”. Sarà forse la poltrona comoda o l’aria rarefatta (si fa per dire) dell’inverno fuori e dell’atmosfera dentro, ma liberarsi dalla stretta di contrabbasso, chitarre e ugola di Pecknold è un’impresa, cui nessuno pare peraltro interessato.

Dannati rombi, ti ci fermi un attimo e arriva immediato il viaggio astrale
Dannati rombi, ti ci fermi un attimo e arriva immediato il viaggio astrale

Nei loro novanta minuti i pezzi dell’album di esordio e di “Helplessness Blues” rimbombano e sibilano, con un dinamismo inedito. I sussurri e i delicati pizzicotti alle corde quando rimane solo l’autore principe dei Fleet Foxes a suonare, occupano inesorabilmente l’aria, almeno fino a quando il sempre amabile e roboante Tillman non riprende a pestare com un ossesso sulla batteria. La resa di “The Shrine/An Argument” è illuminante: vuoti e pieni da infuocare lo stomaco. E se è innegabile la scioltezza con cui questi qui maneggiano la loro musica, è altrettanto evidente che rimangono dei diavolo di orsi degli Stati Uniti più prossimi ai freddi del Canada. Tre anni fa poteva essere scambiata per semplice inesperienza, ora è palese che i Fleet Foxes si concedano umanamente ben poco al pubblico. Come il freddo centro di una fiamma, che fa anche un po’ figo da dire finché qualcuno non si ricorda che è anche il cuore di un pezzo dei Subsonica.

La chiusura è celebrata dal boato (con le giuste proporzioni) del pubblico di fronte a “Blue Ridge Mountains”, cui segue una versione con, finalmente!, squassante coda strumentale di “Helplessness Blues”. Poi fuori, a contare gli occhialoni spessi.

zave

Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments

menebach
Reply

Mi sembri soddisfatto. Se c’era un live previsto alla radio, non è pervenuto, ero però convinto che sì.

zave
Reply

Sì assolutamente, tutto molto ottimo.

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