Il verbo “mi dispiace”

Era tutto cominciato come uno scherzo, ma è prerogativa dell’età adulta riconoscere i propri errori, farsi carico delle responsabilità, dire: “scusate, ci siamo sbagliati, dobbiamo smetterla ora, prima che sia troppo tardi”. Il problema è che ora è troppo tardi e per smetterla, s’aveva da smetterla almeno due ore e mezza fa. Perché “Femmine contro Maschi” dura quel che deve durare una commedia italiana (ovvero troppo, certo, ma comunque i suoi canonici 92 minuti primi), ma poi è servita altra mezz’ora almeno per farci su una battuta. Trenta minuti di respirazione guidata, diaframma che lavora comandato a bacchetta e primi, vaghi, tentativi di viaggio astrale. Almeno mezz’ora, poi due bestemmie gentili (quindi approvate pure da Pontifex, tranquilli) a Solfrizzi, così, giusto per, segnalano che tutti e tre gli astanti sono, nuovamente, sopravvissuti.

Era tutto cominciato come uno scherzo: la scelta di proseguire nella visione di “Mangia, Prega, Ama” anche dopo le prime tre scene, quelle che servono per intuire vagamente il livello di stercolata brodaglia che sta per eruttare dalla TV, verso il divano, oltre la vita. Però almeno si ride, facciamo le battute, ci sentiamo superiori, ci insegniamo il mestiere noi, ci insegniamo. Dicevamo. E allora giù anche di “Maschi contro Femmine”, quello del tonno rischiato che fa molto fine. Ma a questo… a questo non eravamo pronti. E chiediamo ora, tardivamente ma sinceramente, scusa a chiunque possa essere in ascolto oltre i sette cieli: tienici nella gloria, ché già abbiamo sofferto.
Perché “Femmine contro Maschi” è sì una puttanatona terrificante come quello prima, ma ha una sceneggiatura peggiore. Cioé, davvero, ha una sceneggiatura peggiore! Va riscritto, perché sono cose che ti levano di dosso tanti anni di scuole dai preti: ha una sceneggiatura peggiore! Ci viene tolto anche lo sport del segnapunti e segnaminuti: in questo seguito-non-seguito il tasso di product placement per scena è bassissimo, quasi irrisorio. Quasi che ti chiedessero di seguire davvero il film, quasi che qualcuno si fosse, infine, abborfato* le guglie di metterci due lire per passare più di un paio di tanga da lemure del ribbaltabile (Intimissimi compare comunque tre volte: 15′, 16′ e 26′), accenni a piani tariffari insabbiati (Impresa semplice sempre al minuto 16) o un par di Volkswagen e Audi qua e là.

No, in “Femmine contro Maschi” ci sono tre storielle messe lì attraverso tre tra gli espedienti più ammuffiti e imbarazzanti proposti dal libro mastro della commedia italiana fatta male, ma male, ma male male male che guardi, signora, sa cosa? Male. Ho già scritto che c’è Solfrizzi? Ma tipo non che compare eh, fa proprio un personaggio. Cioé, c’è tipo molto. Alla fine limona duro con la Littizzetto per quella che ho creduto essere mezz’ora buona. E secondo me gli piace anche, a Solfrizzi, limonare con la Littizzetto. Questo è il livello di cui parliamo, lo sport che stiamo praticando. Quello in cui Enzo Salvi fa una comparsata, un cameo quasi. Enzo Salvi, messo lì quasi a mo’ di ospitata Sanremese di lusso. Caso mai ancora non ci si fosse intesi: Enzo Salvi non è nemmeno parente di quello che cantava “Maionese”, ma no dai, che lo sapete.
In un oceano di nulla e immensa piccolezza attoriale, registoriale, sceneggiatoriale e fotograforiale, tolta la zattera del product placement, pressoché inesistente il fischietto-di-”Titanic” di almeno un paio di maiale prese dalle pubblicità della Tim, non resta che provare a galleggiare e aspettare gli aiuti. Riflettendo sul senso del reale che possa caratterizzare chiunque ha scritto una scena in cui si prevede una Juventus in finale di Champions League nel 2010/2011 (minuto 14), in cui la nonna muore e sette secondi (cronometrati) dopo la dipartita, la famiglia si gira nel corridoio dell’ospedale e dice “andiamo a casa”. Non un medico, un infermiere, un Padre Pio, nulla. La nonna, peraltro, è Wilma De Angelis, colei capace di tramandarci un senso antico e diverso dell’essere cagna, maledettamente cagna, ignobilmente vecchia cagna. Vecchia cagna come ai vecchissimi tempi. Che non è meglio, ovviamente.
In tutto questo continua a esserci Solfrizzi. In tutto questo c’è Nancy Brilly che, ma questo è palese da tempo, ha perso l’articolazione della mandibola/mascella: insomma, non apre la bocca. Che è un dramma sotto più punti di vista e finalmente se ne sarà accorto pure il marito plasticofilo. Nancy Brilly che, però, ringraziamo perché offre così, senza pensarci tanto su, il titolo al post: “In tanti anni è la prima volta che ti sento dire il verbo mi dispiace”.
Deflagrazione, annichilimento e poi il nulla, il Ken Shiro.
* Ualo, poco fa sul Twitter m’hai scoperchiato un dubbio atroce: ma è “abborfato” o “abboffato”? Io dal 2002 uso “abborfato”, per usocapione me la tengo, eventualmente?
zave
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

Comments
È corretto “abborfato”, participio passato di “abborfare”. Va bene, forse meglio, “borfato”, da “borfare”. Ma è uguale.
“Abboffato” o “abbuffato” sono meno kaibani.
Ti ringrazio molto.