Arrivo a “El Camino” con un po’ di colpevole ritardo rispetto a Tropical Pizza. ‘Sta cosa dovrebbe far ridere, o piangere con disperazione e moccolo, a seconda di quanto si conosca in profondità la persona di Niki. O Nikki. O Nikky, non lo so, non lo voglio sapere, che così piango con meno smoccolo (come detto sopra). Dovrebbe far ridere, si diceva, ma dovrebbe anche dare la misura della notorietà raggiunta dai Black Keys in un momento non troppo precisato e seguito alla pubblicazione di “Brother”, il disco del 2008. Che, come altri enne album dei nostri, mi ha emozionato a sufficienza per i primi dieci ascolti e poi me ne sono completamente dimenticato (almeno fino all’uscita del lavoro successivo, cosa abbastanza frequente quando si parla del duo dell’Ohio: sette album dal 2002 a oggi). C’è qualcosa di assolutamente straniante che mi arriva all’ennesimo ascolto di un loro pezzo: troppo soul, troppo neri, molto bianchi nella realtà. Come vedere un tizio di Pioltello vestito come gli hippopper del Queens: dai, no. Il problema è che lo stesso si sarebbe potuto dire dei White Stripes e invece, lì, il fattaccio non si è mai consumato. Sarà stato per quella voce di Jack assai più caratteristica?
Questo, comunque, non toglie che “El Camino” sia un ascolto consigliato e pure più di uno. Per accertarmi di non sparare più castronerie della media ho consultato il sempre biblico Allmusic.com prima di procedere alla scrittura e… e come sempre Stephen Thomas Erlewine dice tutta roba che penso. Giuro, non è che ho letto e poi ho iniziato a ritenere pur’io “El Camino” come il disco più divertito e cretinetti dei Black Keys, me n’ero già accorto battendo perennemente il piede in metropolitana, tutto intento a leggere, nel frattempo, il nuovo di Coupland. Dietro al timone di “El Camino” c’è la regia oculata, saggia e paracula di Danger Mouse, che fa per questo rock-soul-sarca quel che un Butch Vig può fare per il rock fin troppo laccato dei Foo Fighters. Insomma, instrada tutto e arricchisce il suono con quelle piccolezze, quel battito di mani, quel coro di voci femmine, quella necessità di fermarsi sempre prima dei cinque minuti… Anche se, a dirla tutta, pure a ‘sto giro la seconda metà del disco mi sa di già sentita, nel senso che la prima porzione è un po’ più varia, eclettica e duttile. O ancora più smaccata? Vai a sapere.
Con questo, comunque, vi si voleva consigliare l’ascolto, se non proprio l’acquisto (lì è da valutare).
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Chi ha scritto questo post?
Zave, già vincitore del Superenalotto da 110 milioni del 2010 e finalista nella seconda edizione di X-Factor, è il padrone di questo blog e autore del 99,9% di tutti i post. Che non è certo una bella notizia. Un passato nel mondo dell'editoria di settore, settore videoludico, Zave parla in terza persona di sé solo quando aggiorna il suo profilo.

