Se questa rubrica si intitolasse “Un film in una riga” ci sentiremmo di sbrigarcela così: a J. Edgar piacevano l’FBI e il pisello, poi invecchia e muore. Tuttavia, dal momento che non siamo nemmeno sicuri che questa sia di fatto una rubrica, vediamo di superare la soglia delle venti parole. J. Edgar è l’ultimo film di Clint Eastwood, snobbato dall’Academy e dalle platee americane, un po’ meno da quelle nostrane (niente che abbia fatto correre Paolo Genovese a nascondersi nello sgabuzzino singhiozzando ma oh, che ci vuoi far). L’italico interesse, forse, potrebbe trovare spiegazione nell’analogia con un compianto statista di comprovata fama: infatti Hoover, come costui, era strenuo ed appassionato sostenitore della pratica del dossieraggio.
Direttore del Federal Bureau of Investigation dal 1924 al 1972, incarnazione primigenia di tutti gli agenti saputoni che arrivano sul set dei telefilm a far piazza pulita delle certezze dei poliziotti baffuti di provincia, Hoover nascondeva in luoghi misteriosi informazioni scomode e pruriginose su tutti e otto i presidenti che ha visto seduti alla Casa Bianca nel corso del suo ufficio. E i dossier non erano l’unica cosa che amava custodire celando ai più: l’omosessualità latente di J.Edgar, infatti, è proprio uno dei punti focali su cui si concentra la narrazione di Eastwood.
La sceneggiatura è opera di Dustin Lance Black, già autore (premiato con l’Oscar) dello script di quel Milk di Gus Van Sant ove il protagonista, quella pazza del mancato sindaco di San Francisco, non faceva mistero delle proprie inclinazioni ed anzi le sbandierava ai quattro venti in nome del sacrosanto diritto della comunità gay a possedere uno straccio di acronimo. A Black, stavolta, tocca dipingere l’esatto contrario: niente collane di fiori e bandiere arcobaleno ma l’atmosfera torva della Grande Depressione prima e della caccia alle streghe poi, vissuta attraverso gli occhi di un uomo apparentemente integerrimo ed invece spezzato, confuso, irrisolto.
Una biografia, quella di Eastwood, che non condanna senza appello ma nemmeno assolve il proprio soggetto, fornendone un ritratto sostanzialmente chiaroscurale: Edgar Hoover è sia il sant’uomo che s’inventò la faccenda dell’archiviazione delle impronte digitali, sia il capoccione ossessionato dai comunisti (altra analogia su un piatto d’argento) che non seppe intravedere la grandezza che so, di un Martin Luther King. L’uomo che si (s)battè invano per salvare la vita del piccolo™ Charles August Lindbergh è lo stesso stronzo succube della madre che non ebbe mai il coraggio non dico di fare coming out, ma di ammettere anche solo a se stesso le proprie preferenze sessuali. Se è vero che il giudizio di Eastwood non è definitivo, non si può certo dire che sia lusinghiero: sta un po’ lì, nel grigiume, tra un ma e un meh.
E allora, visto che ‘sto benedetto regista un giudizio tranchant non lo vuol dare, lo daremo noi e lo faremo partendo da una certezza incontrovertibile: era tempo che non vedevamo salire tanta vecchiaia sul ring del cinema. Che poi ti accorgi che Di Caprio è bravo anche stavolta, se riesci a superare il disgusto di vederlo truccato da ospizio, con le macchie del pianeta Giove sulla pelata; pensare che c’erano voluti quasi tre anni per dimenticarsi lo schifo di Brad Pitt incartapecorito e bavoso nelle vesti di Benjamin Button, e son bastati solo 137 minuti per ricordarselo.
Chi ha scritto questo post?
LaClaire ama farsi amare dal 1982; se la odiate, tuttavia, non le dispiace affatto. Anzi, ricambierà.



3 commenti
The fake pilot says:
Jan 26, 2012
Il giudizio tranchant c’e': Eastwood lo ha messo tutto nell’atmosfera che permea questo mattone deprimente e ossessivo.
Che pero’ ha un merito notevole: non ti fa addormentare.
zave says:
Jan 26, 2012
Io penso che mi sto per emozionando.
LaClaire says:
Jan 27, 2012
Ma penso un po’ anche io.