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Pulp: riuniti e dal vivo

Jarvis Cocker non ha solo un nome splendidamente inglese e perfettamente in linea con uno spogliarello sbagliato, no, non solo. Jarvis Cocker fu, era, è stato il leader carismatico dei Pulp, in un’epoca in cui il pop e il rock inglese formavano un’onda precisa e riconoscibile. Cui seguiva tsunami di vendite altrettante precise e riconoscibili. Oasis, Blur, Suede, SupergrassPulp. No, attenzione, i Pulp sono venuti prima, un decennio prima, ufficialmente 1978. Insomma, ufficialmente sono dirimpettai dei Cure, più che dei fratelli di Manchester, ma tanto poi hanno iniziato a batter cassa solo negli anni ’90. Prima di sciogliersi, con molta classe e almeno una spruzzata di lungimiranza, al voltar di secolo.
Bene, e se anche il Cocker di cui sopra ha ribadito solo nel 2009 che “non ci rimettiamo a suonare assieme nemmeno se ci scendete sei sacchi di palanche dorate e due bancali di Goleador alla frutta”, be’… pare proprio che invece succederà. Per la precisione in estate, per la precisione potete anche godervi il bel sito con il place holder divertente.

Brandon cerca amici

Brandon Flowers, in concerto oggi all'Alcatraz di Milano
Brandon Flowers, in concerto oggi all'Alcatraz di Milano

Il concerto milanese del tour solista di Brandon Flowers, voce e autore dei Killers, non poteva che rivelarsi una contraddizione, come l’intero immaginario musicale e folkloristico che si porta dietro da Las Vegas e che ha trascinato lui e i compagni in giro per le classifiche e gli angoli del mondo.
Al calar delle luci e al salir dei riflettori sbagliarsi è questione di pochi istanti: all’Alcatraz si è radunata l’intellighenzia dello studentato meneghino. I Killers vanno forte, Brandon Flowers va forte, addirittura le bretelle di cui fa indecente sfoggio sul palco vanno forte. Va tutto talmente forte che quando la silhouette del nostro compare sul palco il ruggito è di quelli che stordiscono: il pubblico è evidentemente in visibilio, quello che sta per succedere è palesemente uno spettacolo rock ad alto tasso di divinità, nonostante la giovane età di Brandon. E difatti così pare, dopo l’avvio gospel di “On the floor” è subito “Crossfire”, primo singolo estratto da “Flamingo”. A volte ci si chiede quanto serva a una band o a un’artista per “vincere” il favore del pubblico, questa sera sono sufficienti pochi secondi.

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Eels: spasso & delirio all'Alcatraz

Gli Eels del 2010: gente a base di pelo superfluo, tanto per cambiare
Gli Eels del 2010: gente a base di pelo superfluo, tanto per cambiare

Randy “Macho Man” Savage. Un cattivo degno di 007. Improbabile rapinatore di banche da film hollywoodiano. Geniale senzatetto di Santa Monica. La tenuta con cui si presenta Mr. E sul palco del rinnovato Alcatraz di Milano è degno di tutte le figure sopra citate: tuta bianca, barba scura, bandanona a coprire la testa e occhialoni scuri. Il leader degli Eels è, tanto per cambiare, cammuffato e nascosto da maschere di pelo umano e accessori adeguati allo scopo. Eppure, pur se nascosto quasi interamente alla vista, non si sottrae ai riflettori del club milanese, che in settimana si lancia nella sua nuova stagione 2010/2011 e, per l’occasione, spara altissimo il volume. Forse è una scelta della band, forse è solo successo per caso, sta di fatto che il muro di suono calza alla perfezione allo show di un’ora e mezzo messo in piedi dall’uomo complessato e depresso per antonomasia.

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Arcade Fire: invincibili e senza muschio

Arcade Fire: quantità è qualità sul palco di Bologna
Arcade Fire: quantità è qualità sul palco di Bologna

Stop the press, esclusivo: il Parco Nord del polo fieristico di Bologna non è Reading. E allora Win Butler evita paragoni da tremarella e non ringrazia il pubblico alla Wayne’s World (“non siamo degni!”). Se lo ringrazia è solo per il trasporto con cui la folla ha cavalcato l’onda creata dagli Arcade Fire per i novanta minuti del loro terzo concerto in Italia. Meno fish&chips, decisamente più cipolla e porchetta nell’Emilia che, come al solito, si aggrega alla festa dell’Unità per festeggiare quella che nelle previsioni di molti sarebbe stata la “next big thing” e che ormai, di “next”, ha davvero poco.

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Pixies@Ferrara: "Too old to mosh"

Vedersi i Pixies, nel 2010, non ha quasi senso. Nonostante Sir. Francis abbia addirittura perso in rotondità rispetto agli ultimi anni, quella musica non dovrebbe poter essere accoppiata a quelle immagini. Con tutto che ovviamente non c’entra nulla, ma tu che diavolo vuoi, vediamo come ci arrivi ai cinquant’anni, oh ammazzati e via andando. Sfido chiunque, però, a non storcere la bocca di fronte alla camminata ingobbita di Kim Deal.
Sentirsi i Pixies, nel 2010, ha invece molto più senso, anche se il senso è quello portato probabilmente all’estremo rispetto a quanto supposto dalle radici del gruppo. Oggi i Pixies li vedi in Piazza Castello a Ferrara, splendidamente congelati in una cornice di storia e arte, quasi roba snob. E sono pur sempre i Pixies, quelli delle furiose esplosioni. Quelli che di scrivere pezzi nuovi non hanno la minima intenzione (per quelli valga la carriera solista di Francis) e che ieri sera in Emilia Romagna, tra una piadina e le stelle, hanno riallacciato i condotti temporali con i primissimi anni ’90. Anzi, facciamo pure gli ultimi ’80, come il 1989 di “Doolittle”. Ché tutto sommato questa doveva essere la tappa del tour dedicato ai venti (+1) anni del secondo album dei bostoniani.

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Baustelle, 19 aprile 2010 – Alcatraz (MI)

C’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel concerto dei Baustelle a Milano, sede musicale di Via Valtellina, al secolo “l’Alcatraz”. C’è qualcosa di sbagliato ma ogni tanto, qua e là. Come una vibrazione nella forza che fa dubitare: un senso altalenante, che si mischia con altre splendide intuizioni, momenti per davvero indiscutibili.
Non è la carica di nanetti-chierichetti che i toscani spediscono sul palco prima di comparire, tra l’ululato dei fan in prima fila. Quelli, però, non si capisce bene a che sfera dell’esistenza appartengano. Almeno non dalla posizione retro-mixer che il gruppetto “Il Mio Giardino” occupa placidamente: la distanza non è pochissima, ma l’Alcatraz non è San Siro e quindi va bene così. Poi davanti abbiamo pure uno spettacolo nello spettacolo non da poco, con VIP da due lire che si susseguono, birra alla mano e golfino sotto alla spalla, nel tentativo di ricordare al mondo che loro, nei momenti trendy, non mancano.
La vibrazione è quella avvertita durante “La Bambolina”, per dirne una: il suono è compatto, ma di un compatto da mp3 a basso bitrate. Se la produzione de “I Mistici dell’Occidente” è abile e sognante, capace di restituire potenza e pulizia a ogni suono, a ogni voce, a ogni dimensione della canzone, dal vivo è tutto piatto. Come se la gente al mixer si divertisse a mischiare le carte, con effetti nefasti. Succede ancora due o tre volte e se nella canzone citata sopra è anche Rachele a metterci del suo (stonando palesemente qua e là), altrove le ragioni di tanto strisciante fastidio non sono facili da individuare. Ma evidentemente ci sono.

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DMB: live in una scatoletta

Toglile il panorama mozzafiato della Gorge (Washington), levale il Central Park o il Golden Gate Park (New York e San Francisco), trascinala via dal Red Rocks Park in Colorado e cosa ti rimarrà della Dave Matthews Band? Un’ottima live band, un po’ meno viva. Perché a Dave Matthews e ai suoi la cartolina “Greetings from…” calza semplice e naturale, con i suoi dovuti colori kitsch, tradizionali come il rock venato di country del seghino sudafricano e del suo esercito. Come l’aquila dell’immaginario statunitense, anche alla band del sud degli USA lo spazio serve per prendere fiato e incendiare l’aria.
Ai sette (!) sul palco, il vecchio Palatrussardi sarà parso una balera di paese, ma non è bastato per togliere energia alle due ore e mezza di concerto, aperte con “Proudest Monkey”: perché tanto non c’è vecchio e non c’è nuovo se sei in perenne tour, se sei uno di quei gruppi che vive masticando biglietti e contatto visivo con le squinzie in prima fila o gli avvocati in ultima (ieri erano circa a metà, verso sinistra, di fronte a noi – impassibili).

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U2 ostaggi degli U2

San Siro dà, San Siro toglie: e alla fine rimango con il dubbio di non aver capito come posizionare il concerto, prima delle due serate che gli U2 dedicano a Milano all’interno del loro 360° Tour. Durante i primi venti minuti è tutto un guardare fisso, interrogativo, con occhiate stupite a mio fratello e alla Signorina Lucia… c’è qualcosa che non va. [Continua sul blogghe - clicca su "Mostra post originale"]